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Meneguar – Strangers In Our House (Troubleman United, 2007)

Avete mai notato che i dischi più fighi non li recensisce mai nessuno? Nelle liste di fine anno di solito finiscono dischi che hanno ricevuto recensioni su pochissime testate. Liste sincere ovviamente, non quelle dettate dal numero di pagine comprate dal distributore. Quasi mai, oberati da decine di dischi semi-inutili giunti in redazione, o a casa di Emiliano, si riesce a trovare il gioiello sconosciuto che ti accompagna per mesi e mesi. Non me ne vogliano i PR che mandano dischi a Sodapop ma, per il mio opinabile gusto personale, arriva tanta fuffa.
Peggio ancora succede con i gruppi in tour, di solito non capita spesso di pescare dal cilindro il jolly. E di solito i jolly non sono mai quelli su cui puntano i promoter italici. Caso a parte lo fanno pochi gruppi negli ultimi anni: sarò scontato, ma Japanther, Experimental Dental School, Death Sentence: Panda e questi Meneguar sono tra quei gruppi che avrò cari per un bel po'. Visti la sera del mio compleanno in una splendida occasione al Dauntaun del Leoncavallo, con una serie di gruppi non da meno, sono emersi a bomba tra gli altri, soprattutto per come hanno incendiato il loro concerto. Partiti timidi e impauriti dal crowd surfing praticamente continuo del capo della curva del '98, un individuo che risponde al nome di DJ Lake, hanno finito il set con loro stessi innalzati a camminare sul soffitto durante gli assoli… Ovvio che certe manifestazioni particolarmente riuscite ti influenzino il giudizio. Ho comprato il disco prima di scappare e tornare in città, sentendomi già colpevole per una scappatella fuori da Genova.
A qualche settimana dal concerto ho finalmente spacchettato il disco e… Sorpresa! Non esce mai dal lettore. Lo abbiamo messo ai concerti, ci è stato richiesto ai concerti, se avessi una radio l'avrei passato a schifo in tutte le occasioni. Sentito in cuffia, sentito lavorando, sentito dormendo, sentito guidando. E il gioiello si è mostrato in tutta la sua interezza: quasi quaranta minuti di indierock potente, attuale, melodico, veloce e intensissimo. Le canzoni, si finalmente canzoni, ti rimangono in testa dal primo ascolto, e rimandano ai primissimi Death Cab For Cutie per la voce, ma quelli prima della svolta intimista, e gli intrecci vocali agli Shins; il drumming potente richiama alla mente quello degli Unwound, le chitarre mi hanno ricordato certi passaggi degli in-die-menticati KillSadie. I raddoppi di voce, i cori, le melodie del basso, vagamente punkrock nel suo andazzo: tutto cospira a costruire quello che è sicuramente, per me, la scoperta dell'anno.
Quando a metà di Freshman Thoughts ti trovi a cantare a squarciagola, senza alcuna idea di quale sia il testo… Beh, in quei momenti sai di trovarti davanti ad un gran bel disco. "One by one we grow defenseless". E direi che depongo le armi anche io e me lo godo fino in fondo. Ora aspettiamo un paio d'anni per sondarne le doti di sempreverde: ho quasi un certo sentore che questo disco crescerà ancora.

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