Maurizio Bianchi/Cria Cuervos – Azazel (Silentes, 2009)

Dopo la notizia dell'abbandono definitivo di Maurizio Bianchi alla "musica" (si fa per dire) in occasione del trentennale dai suoi esordi (avete letto bene: trenta!!!), ecco arrivare alcuni degli ultimi colpi di coda del vecchio leone. Come era lecito aspettarsi la collaborazione con Cria Cuervos, al secolo Eugenio Maggi, lo riporta in ambiti plumbei e sulfurei proprio là dove qualcuno l'aveva lasciato ai tempi di quelle cassette con corpi carbonizzati in copertina et similia. Un lavoro che ha per tema il levitico (il terzo libro della Torah) non poteva non essere intimista e proseguendo con la metafora del leone, direi che le due fiere in questione non si faccian certo problemi ad andare giù di unghiate seguendo le atmosfere grigiastre delle foto di copertina.
Se la suite in apertura si muove fra l'evocativo ed il delirante, con la successiva In The Wilderness i due arrivano al centro e lo fanno con una traccia monumentale e magmatica, possiamo quasi parlare di un ritorno alle origini di Bianchi riveduto e corretto quindi secondo una "nuova estetica" adatta a cari e vecchi abissi: parlerei di nuove tonalità scure in cui un drone densissimo sulle frequenze basse si sviluppa minaccioso fino a diventare un agglomerato di tape/white noise (mi ha ricordato di quando nel primo film sull'Enterprise Kirk e gli altri si avvicinavano alla nube magmatica creata da "Vyger"). Se nel corso della seconda traccia tutto cresce su tempi lunghi e parecchio dilatati è con The Church che invece si parte in picco per poi scalare verso atmosfere più rarefatte e più cosmiche dove i synth analogici ricordano a tutti quanto C-Schulz, l'era kraut e molto materiale kraut-synth sperimentale siano più che mai attuali. L'impressione globale che ne deriva è quella di un disco buio, spinto oltre la twilight-zone, dove le parole perdono di significato ed in cui gli occhi, le orecchie ed il corpo fanno da filtro spazio temporale. Se ai tempi di Stati Di Allucinazione Russell avesse avuto fra le mani questo disco, non ho dubbi che alcuni dei viaggi acidi di William Hurt non avrebbero potuto conoscere una colonna sonora più appropriata.

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