since 1997, our two cents on indie/punk/post/electronica and more...

Mattin – Songbook #7 (Munster, 2018)

Arriva all’episodio numero sette la serie dei Songbook di Mattin con un disco pienamente punk nel senso concettuale del termine, ovvero libertà espressiva alla massima potenza e riflessione politica frontale.
Oltre allo stesso Mattin, qui dedito allo spoken word in inglese, l’ensemble per l’occasione è composto da Lucio Capece (clarinetto basso e sampler), Marcel Dickhage (voce, sampler, e testi in tedesco), Colin Hacklander (batteria), Farahnaz Hatam (computer), Moor Mother (live electronics) e Cathleen Schuster (voce, sampler e testi in tedesco).
La riflessione politica parte da due precisi momenti storici da cui trarre ispirazione per ripensare il presente: da un lato i primi sei mesi della rivoluzione russa del 1917, dall’altro la figura dell’anarchica Germaine Berton che nel ‘23 uccise Marius Plateau, segretario dell’ organizzazione di estrema destra Ligue d’Action française. Due risposte che nell’epoca buia della guerra e dei fascismi cercavano in modo diverso di esprimere la necessità dell’azione politica: un tentativo collettivo di trasformazione sociale e un gesto disperato e solitario. Modalità che non sono riuscite ad abbattere il capitalismo, ma che, comunque, avevano una motivazione forte e un modo di agire chiaro. Il discorso si lega al presente per la mancanza di di una visione politica attuale e di capacità di immaginare una strategia reale che possa combattere un tempo di ingiustizia subdolo come quello del presente, fatto di sistemi economici predatori, di società disgregate e disfunzionali e di un grande malessere sociale che non si riesce a concettualizzare pienamente per porvi rimedio. Un’arguta riflessione fatta di prese di posizioni, provocatorietà sardoniche e amare constatazioni. Sicuramente un discorso che ha il merito di offrire stimoli a un pensiero meno cristallizzato e più fruttuosamente problematico, che non scansa le contraddizioni cercando invece di includerle nell’orizzonte del ragionamento. E questo è sicuramente un modo per controbattere la devastante semplificazione presentista.
Sostrato concettuale che si dispiega in tutta la sua vivacità fondendosi con un suono particolarmente efficace, libero e capace di travalicare diverse forme di improvvisazione e composizione contemporanea, che non si pone limiti ma gioca sul costante climax tensivo guardando frontalmente le questioni. Qualcosa di ascrivibile alla tradizione dei collettivi d’avanguardia meno ortodossi e più propensi alla ricerca e alla riflessione politica meno buonista, ma definibile più per contrasto e commistione o anche interpolazione di opposti: come se i Mahogany Brain si cimentassero in una personale reinterpretazione della Fabbrica Illuminata di Luigi Nono, facendo poi remixare il tutto da Ben Vida; una linea speculativa che lega intelligenti esperimenti passati con tensioni squisitamente attuali. Ma gli echi concettuali sono anche le riuscite sperimentazioni dei Crass, quelli di Nagazsaki nigthmare e di You’re Already Dead, per intenderci, oltre alle interpretazioni lungimiranti e libertarie della psichedelia dei primi due dischi dei Red Crayola. Insomma, un suono radicale e indomabile ma molto coinvolgente, fatto di session dove improvvisazione e scrittura si muovono tra inserti rumoristi, su cui si stagliano spoken word e urla, frasi reiterate di sax, assalti free e distensioni concrete, tagli noise e voci trasfigurate ciberneticamente; fino a sprofondare nel candore di un dialogo che sommessamente diventa suono.
Il punto è il linguaggio complesso per costruire un pensiero complesso. Il tutto a raccontare un percorso storico che si lega alla nuova dissoluzione e delusione del tessuto sociale, l’ascesa di nuove e inedite forme di “fascismo”, la mancanza di coerenza in una visione collettiva per il futuro e le forti carenze della democrazia contemporanea nel confronto con le estremizzazioni neoliberiste.
Un discorso che entra nel solco della produzione culturale in modo affatto scontato, con quello sguardo che rende bene l’idea nell’affermazione di porre lo stesso Mattin come “solo un altro esempio della finzione del sé”: un’inversione che tenta qui di far tornare Il messaggio a essere mezzo.
Sarebbe davvero un peccato perdersi tutto questo.

Tagged under: , , , , , , , , , , , ,

Leave a Reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Back to top