Maisie – Dal diario di Luigi La Rocca, cittadino (Snowdonia, 2022)

Maisie di Syd Barrett ha più di 50 anni ed è la figlia sghemba di suo padre. Maisie di Alberto e Cinzia è una propaggine che tutto ingloba, percuote, calcifica.
Klimperei, Atomic Milk Throwers, Sprut, Busto Arsizio, il Galles.
Ma qui parliamo di Luigi La Rocca o, meglio, vediamo il mondo attraverso ai suoi occhi. Ma chi è Luigi La Rocca?
“…Un coglione, un poveraccio, ma anche una vittima”. Ho paura a parlare di lui, implicherebbe una distanza che potrebbe essere letta come alterigia o spocchia, mentre qui c’è la polpa cazzo, a pacchi.
È una storia, potrebbe essere quella di Gino Lo Muschio, oppure di Federica La Crasi, ma comunque è la storia di una vita, dal 2013 al 2021. Però però però la storia la fa chi la vive o chi la scrive? Luigi si sente, esiste, ma stretta intorno a lui si sente l’Italia, l’Internet, l’articoli.
Pressioni che sul corpo di Luigi sono sputate da fiati imbizzarriti di Edson, dalle fauci di Cinzia, dalle Mele di Cristiano, dalle batterie di Vittorio, il basso di Walter, la produzione di Riccardo, la programmazione di Alberto.
Questa storia si compone di 2 dischi, con circa 80 ospiti a corollario dell’ennesima opera monstre, che finalmente dà una voce a chi, come i cinesi, “…sono bravissime persone, grandissimi lavoratori che lavorano quanto si deve lavorare, senza rompere i coglioni, senza protestare.”
È una brutta storia, ti tira schiaffi anche se sei oltre confine, nella Svizzera degli orologi e del cioccolato. È una bella storia, che i comunisti su Facebook cercano il dialogo con le chitarre comuniste di Cristiano Lo Mele e le voci comuniste di Riccardo Lolli. È una storia elegante, che ci suona Simone Perna la chitarra, ma sto andando sul descrittivo e mancano 30 canzoni alla fine dei dischi. Parliamo d’altro, andiamo al pub e difendiamo le nostre idee ed i nostri paesi.
Io voglio difendere Piazzogna, 395 all’ultima statistica nel 2008, 14 anni fa.
Non il Ticino, non la regione insubrica, non la Sicilia, non il mondo. Piazzogna.
Voglio fare il giusto, guarirmi con limone, bicarbonato e l’amore, dei miei cari e dei miei cani.
Luigi La Rocca ci scodinzola davanti, dandoci il fianco ed attirandoci grazie ai ritmi suadenti simili al canto delle sirene, le più infami del quartiere, che non vorresti ascoltare ma ti tentano, ti tentano, ti tentano…c’è una suadenza musicale che fa tentennare qualsiasi certezza, sgretolando morte, idee e valori. Un muoversi ora lascivi ora a marcette che fa gruppo, fa famiglia allargata, fa paese, fa festa!
Fine primo tempo ( Andrea è morto e nemmeno io mi sento molto bene).
L’Iphone, la scheda elettorale, l’analisi. Luigi segue un ritmo sempre più irresistibile, in un crescente zenith nell’apertura del secondo disco, prima che tutto, ovviamente, se ne vada a puttane. Compresa la vita del nostro che, in un crescendo di rinfrescante presa di coscienza si trasforma, facendosi accompagnare da una chitarra afrobeat tra i vigneti del cugino Nicola alla scoperta dei bravissimi stranieri, sicuramente co-autori di questo fresco motivetto da danzare pagaiando. Poi Per me la donna, un concentrato di bellezza, tutta qui, pathos e core e Cetty. Che ti succede Luigi? Ah…l’amore, trattato come piace a noi, a braghe calate e scusandoci, fino a diventare degli hippydrogatidimerda da tanto siamo imbambolati. Vai col brio comunque, c’ha un piglio sto secondo disco che levati, Luigi La Rocca mette via tutti quanti, lascia fare, un matrimonio, un figlio, due parole di inglese ed una band che non fa prigionieri!
QUI, TRACCIA NUMERO 15 DEL SECONDO DISCO, NON HO ASCOLTATO IL PEZZO ED HO POSTO UN VETO, SCRIVENDO AD ALBERTO SCOTTI ED AVVISANDOLO, LA ROBA CON LA PIZZA DELLA CAMEO È TROPPO ANCHE PER ME.
Poi Via, Sergio Marchionne, che Scooteroni di Marra e Gue gli fa un baffo, qui si celebra l’eccellenza, con un Riccardo Lolli che si trasforma letteralmente in Oliviero Toscani, da brividi. Uno skit con Alberto Scotti e Lorenzo del Pecchia che è poesia sonora putrissima, da brividi sulla schiena. È un dannato crescendo ed in Sento dentro come una tristezza ho avuto nettissima la sensazione che Cinzia La Fauci si presentasse a fiaco a e sibilandomi nell’orecchio, ho avuto paura.
Un disco che si trasforma giocoforza in una seduta di autoanalisi (credo, non le ho mai fatte, ma ho i brividi e succedono cose) spingendo i propri limiti un pochino piùin là. Un disco dove la musica si presta ad essere goduta, in maniera molto libera ed elegante, nonostante sopra di essa ci sia Mel Gibson (quanto era bravo in Arma Letale tra l’atro? Sarà passata una vita ma ancora darebbe dei punti a moltissimi).  Ci si avvicina alla fine del disco ( ma non dei brani, che si vede traccia di altre canoni soltanto in digitale, probabilmente quelle solamente per i giovani, come Greta, che tonitruante fa comunque il suo) con un’insperata sardina dance della bellezza, passando poi da una composizione bizzarra e straniante come il “…pensiero per il sesto anniversario della morte di mio fratello Andrea) che fa girar la testa da tanto stilosa sia, tutta cambiamenti e ping e pong e bum bum jazz. C’è del jazz in questo disco, jazz dinoccolato e vitale senza essere difficile. C’è del gioco in questo disco, c’è della vita e del tempo speso, senza nessun altro risultato che ritrovarsi irrimediabilmente cambiati rispetto all’inizio della terapia. Ma anche abbastanza lineari da andare all’Ikea per le polpette e non per i mobili..
Non credete a nulla di quanto ho scritto, questo non è un disco, questa non è una recensione e gli ultimi brani sono rispettivamente una cosina broken beats da sballo con tromba e noise, un’ipotesi mediorientale ad una macarena raï ed una roba di 7 secondi fathvhbhfsabvhajs.
Un disco che necessita di ascolti casuali ogni volta che il vostro spirito se lo sentirà.
Un disco che guarisce le ferite che è in grado di infliggerci.

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