Low – 3/4/2019, Auditorium Parco della Musica (Roma)

I Low e la trasfigurazione come soglia necessaria

Non sapevo cosa aspettarmi dal nuovo live dei Low alla luce del loro ultimo disco. Un lavoro, diciamolo, che ha spiazzato i più, colpendo con un concetto di produzione inaspettato, una scelta tanto estrema e personale di scrivere e trattare le canzoni da  stimolare riflessioni non facili, e che in qualche modo turba.
Una possibile strategia per parlare di un presente percepito da più parti come negativo e ambiguo è ovviamente quello di scriverne incorporando sentimenti profondi nelle parole e nei giri armonici. Ma la strada scelta da  Alan Sparhawk, Mimi Parker e Steve Garrington è stata totalizzante andando in una direzione ancora diversa: trasfigurare se stessi nella tensione di un’epoca. Una scelta coraggiosa e al limite, ma che ha basi tanto forti nella consistente personalità del trio da riuscire a dare realmente qualcosa di nuovo alla musica, in un’epoca in cui il nuovo molto spesso sembra solo una questione di pura ripetitività linguistica.
Invece, quell’inquietudine che covava sotto le ceneri già a partire da Drums And Guns tutt’a un tratto è esplosa in modo catartico. Così Double Negative ha stupito incantando, entrando nella profondità del momento storico attraverso una lettura complessa difficilmente riducibile al senso di una canzone, sostanziandosi invece come opera totale. Tutto questo non ha fatto altro che aumentare l’attesa di vederne il risvolto dal vivo per capire ancora meglio come poteva funzionare il discorso in questa dimensione.
E quello che ti trovi di fronte ti spiazza di nuovo. Allora cominci a capire che tutto si muove con una sua complessità difficilmente prevedibile. Si può goderne a pieno solo lasciandocisi trascinare dentro.
Così sul palco dell’Auditorium di Roma, i tre si presentano davanti ad altrettanti pannelli a led che accompagnano lo spettacolo con proiezioni e colori perfettamente pensati per ogni brano. Sarebbe impossibile separare suono, immagine e atto performativo, si rischierebbe una lettura parziale e incompleta. La posta in gioco qui è la distruzione del linguaggio, o meglio di quel che resta di un linguaggio trasfigurato in un contesto comunicativo evanescente e distrutto. Lo spettacolo ottico dei pannelli non fa altro che completare il tutto: la corporeità risulta continuamente spezzata nei giochi di luce, proiettata nella costante dialettica tra consistenza e disintegrazione. Il punto, alla fine, è cogliere i frammenti, ricostruire un messaggio a partire dai brandelli attraverso la forza interiore di ognuno dei partecipanti al gioco.
L’arrangiamento del live set, che pesca da una discografia tanto importante in tutta la sua estensione, è un altro tassello necessario. Un incedere dilatato, fluttuante e allo stesso tempo di estrema crudezza. Contrasti che si dispiegano per tutta la durata dello spettacolo con una tenuta vocale trascinante. Una sequenza sostenuta da una resa encomiabile che si muove perfettamente nelle densità cangianti.
Si è presi fin dall’inizio da Quorum, l’ingresso nella dimensione altra, come su disco. Trascinati da Always Up, No Comprende e Plastic Cup fino a Holy Ghost a What Part of me; una timbrica costantemente sopra le righe che si dispiega tra evanescenza e compressione, suoni slabbrati che sviano di continuo. Un altro colpo micidiale è Do You Know How to Waltz?, dall’indimenticabile The Curtain Hits The Cast, affogata in un magma white noise che fa risaltare la melodia, stordendoti nei passaggi tra il muro di rumore e le armonie impalpabili. Un momento inaspettato ed esaltante che non può fare altro che travolgerti con tanta poesia; qualcosa che per audacia e intensità mi ha fatto pensare ad alcune sperimentazioni dei Text Of Light.
Perdendosi nelle voci di Lazy, da quel I Could Live In Hope che ha dato inizio alla storia, si arriva alla sottile ferocia post industriale di Dancing And Blood, pezzo quanto mai evocativo immerso in un attualità senza direzione che fa fatica a recuperare il senso di se stessa, per poi sciogliersi nella melodia pressata di Always Trying to Work It Out. E dopo un’aumentata Poor Sucker, si pesca da C’mon il folk trasfigurato di Nothing But Heart e Especially Me. Un crescendo che da Lies porta alle rarefazione incantate di Fly per chiudere con l’ottima Disarray. La fine di un percorso, ancora come su disco.
Il tempo di tornare sul palco per due pezzi non farà altro che migliorare il ricordo di una serata perfetta. Come lo stesso Sparhawk dice, due “simple songs” nella scia del minimalismo introspettivo più tradizionale della band, una lenta e struggente Laserbeam e i commoventi incroci vocali di Murderer.
Finisce che prima di alzarti rimani a chiederti da dove ripartire, pensi alle cose che nel tempo hai perso nel fuoco e provi gratitudine per quello che hai appena visto.

 

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