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Liars – Liars (Mute, 2007)

Liquidare questo quarto album dei Liars come il loro album più pop sarebbe fin troppo facile, però essendo questo quarto album dei Liars il loro album più pop, dove pop sta per accessibile, accattivante, melodico, ruffiano, orecchiabile, direi che non c’è altra strada possibile. Quarto album, di cui il terzo per la Mute, e dei tre pubblicati per detta etichetta sicuramente il più Mute oriented di tutti: wave, decadente, accattivante, orecchiabile eccetera. Produzione ai livelli dei Tv On The Radio, con i quali qui e là condivide qualche similitudine, suoni ottimi, rotondi e pieni. Mi piace perché a tratti lo trovo quasi quasi geniale nel suo genere, che poi non so qual è il suo genere in effetti, ma tant'è.

 Prendere il riff di Plaster Casts of Everything. E’ il classico riff FA-MI-FA-FA che chiunque dopo due giorni che suona la chitarra elettrica tira fuori ma si vergogna a proporre agli altri del gruppo. Bhè i Liars non si vergognano e senti cosa ne fanno, anche se a fare la differenza è la seconda chitarra, quella che fa le note acute e poi ancora quello che combinano nel finale: scala di 4 note, cantato vagamente Stooges, hard rock futurista. Registrato a Berlino e si sente, Liars è un disco rock, inutile cercare altre definizioni, a tratti cupo, di quella cupezza che ad esempio si sente nel Nick Cave di Grinderman, cioè non eccessivamente maledetta, ma molto potente, a tratti più leggero, vedi ad esempio Houseclouds tra Beck, i synth più melodici dei Trans Am e il falsetto di Prince. Altre variazioni sul tema, l’ambientazione industriale di Leather Prowler: Dark Day e Ike Yard dietro l’angolo, per non dire banalmente Suicide. Sailing to Byzantium viaggia invece dalle parti dei Tv On The Radio. What Would They Know e Freak Out citano i Sonic Youth periodo Bad Moon Rising e/o EVOL. Cycle Time gioca la carta del riff hard rock di 3 note, che ci sta tutto tra l’altro. Pure Unevil potremmo non sbagliarci dicendo Jesus & Mary Chain. Clear Island altro riff netto, poche note ripetute, poteva stare sul loro primo album, i Liars che citano se stessi e lo fanno bene. The Dumb in The Rain rispolvera malinconiche atmosfere velvetiane in bassa fedeltà, caricandole di un qualcosa di inquietante, non è il brano migliore dell’album ma sa farsi apprezzare. Infine Protection, tappeti di tastiere e ritmo sintetico circense, è il balletto che conduce al finale, un gioco per arrivare al fondo in modo innocuo e vagamente malinconico. Niente da dire. Confronti con i primi 3 album? Evoluzione, involuzione o spostamento laterale? Un po’ tutte e tre le cose, fermo restando che forse le cose migliori erano probabilmente già state dette con They Threw Us All in a Trench and Stuck a Monument on Top, ciò non toglie che Liars sia di poco sotto quel gradino, compensando con una inevitabile sterzata verso il pop quanto perso in tendenza a sperimentare.

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