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Kern/Batia Hasan – The Commercial Tape (Kaczynski, 2020)

Il secondo volume della serie Tape Session della Kaczynski conferma la felice idea di associare artisti in qualche modo complementari a un tema comune. Ora, di “commercial” né KernBatia Hasan hanno molto, ma la loro musica, pur lontana dai comuni canoni di fruibilità, è capace di gettare un ponte fra il musicista e l’ascoltatore, forse anche quello meno avvezzo a certe sonorità. Dei due, Kern, che opera in solitaria con chitarra, basso, pedali e loop station, è quello più poetico e narrativo: i suoi sono spettri sonori fra ambient, jazz disarticolato e post-rock estremamente rarefatto (W). L’uso della voce sussurrata li fa assomigliare talvolta a degli Strafuckers più intimisti (Nuala) mentre altrove sono i ritmi minimali e i field recordings (grilli o cicale, non saprei dire) a strutturare composizioni illuminate da brevi inserti di chitarra simili a haiku sonori (Daphne). Sul suo lato Batia Hasan, armato solo di un walkman e una piastra per cassette, mette insieme un’opera di autentico artigianato sonoro: la sua è musica evocativa, orchestrazioni urbane costruite di suoni “rubati”. Le atmosfere sono talvolta sfocate, quasi da dormiveglia, con suoni ondivaghi e frammenti di conversazioni in sospensione (The “Coaching Leadership Style” In The Kali Yuga, titolo fantastico), altrove troviamo invece momenti più concreti, dove il suono industriale cresce in spirali fino a un rumore quasi parossistico (Enterpreneurship) ma a onta della durezza del materiale, sono 4’ e 21” che volano. Per entrambi i musicisti una prova convincente, per l’ascoltatore una raccolta di pezzi capaci di raccontare nuove storie e dare diverse sensazioni ad ogni ascolto.

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