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Jennifer Gentle – The Midnight Room (Sub Pop, 2007)

Bisogna mettere un disclaimer. Subito. Non sono un amante delle sonorità psichedeliche. Non ho un background di Pebbles, Nuggets o sixties più o meno off. Non faccio colazione con i Beatles. Non reggo più di dieci minuti del primo disco dei Pink Floyd (nè più di due secondi dei restanti). Eppure pian pianino i Jennifer Gentle mi stanno incominciando ad acchiappare, vuoi per alcuni passaggi catchy di Valende, il disco precedente, che ho sicuramente digerito molto meglio dei primi, vuoi per le sonorità che sto apprezzando soprattutto attraverso le altre loro produzioni, Stop the Wheel e Beatrice Antolini su tutti. Fine del disclaimer.
Questo disco si può considerare il primo solista di Marco Fasolo, proprio in virtù del pressocchè solipsismo autarchico che ne guida la produzione. Senza stare a menarsela troppo ridendo e scherzando, è rimasto unico detentore della sigla Jennifer Gentle. Gli echi delle derive psichedeliche post-Barrettiane continuano senza grossi scossoni verso una forma che, a dirla tutta, a me suona un po' più intima rispetto al passato. Che sia lo spirito di un Prince Alone In The Studio di Smog a guidare sapientemente le mani del veneto su strumenti e mixer? Dal pop della precedente uscita, trainata dal singolo I Do Dream You, ci troviamo qui catapultati direttamente dentro le ossessioni dell'autore. Twin Ghosts, l'apertura è una porta d'ingresso assai particolare, un lento pezzo d'atmosfera che ci si chiude dietro, ormai nel paese dei campanelli e delle fate, impedendoci di tornare indietro. Da Telephone Ringing si parte con le vocine alterate. Qui mi sorge alla mente un paragone con Nora Keyes, giovane autrice più volte scesa in Italia negli ultimi anni, che mischiava vocina e organo su storie di misteri tra la cronaca nera di New Orleans (altro che la mala di Milano dei Baustelle) e i film di Tim Burton. Incominciano a brillare dal terzo brano, It's In Her Eyes, i chitarrini. Perdonatemi il francesismo di diminuire anche questo secondo elemento, caratterizzante l'intero album, in nome di una opposta corposità rispetto all'imperante deriva Turbonegro dei dischi più gettonati, ultimamente, su Sodapop: sei corde iper riverberate e provenienti dritte dritte dagli ultimi anni sessanta che, alternate con grazia a svise di arpa e colpetti di pianoforte, costituiscono un primo possibile singolo radiofonico. Si prosegue quindi con questi elementi in divertimenti vaudeville, Take My Hand, e altri potenziali pezzoni, perfetti per il 1969, curiosi per il 2007, come The Ferryman con il suo infettivo coretto e la risposta dei tamburi, fino ad arrivare all'orgia rumoristica di Granny's House, perfetta per una riedizione in costume di Psycho. Il disco finisce come inizia, con i cinque minuti di Come Closer, un passaggio angusto e lento dove, come nell'Alice di Carroll stracitata in questi ambiti psichedelici, si torna alla realtà.
Un disco risolto nel suo iter inizio-fine: un loop che si riascolta volentieri. Rimane però il dubbio sul reale peso dei dispersi per strada nell'economia del gruppo, e nel caso anche voi avvertiste un'ombra, seppur leggera, di incompiutezza, credo si possa rimandare Sir Fasolo alla prossima uscita per godere appieno delle sue indubbie capacità produttive, in scrittura e in registrazione.

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