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Jeffrey Roden – Seeds Of Happiness Part 1 (The Big Tree, 2007)

Il cognome non vi risulta nuovo? …ma sarà parente di quel Roden? …esatto! Le sapete davvero tutte ed infatti Jeffrey Roden è lo zio del più conosciuto Steve, che trattandosi di “cosa loro” gli ha prodotto il lavoro. Ma con un parente più giovane così ingombrante il vecchio zietto si è tenuto alla larga dai campi più ostici del nipotino, quindi non proprio un progetto stile reunion famigliare come gli Arc di Aidan BakerSeeds Of Happiness Part 1 è un disco per solo basso e per di più volutamente semplice e sobrio, ripeto, lo zio Jeffrey sembra non pensare neppure con l’anticamera del cervello alla sperimentazione, anzi, direi che per quanto non proprio easy listening si tratti di un disco molto melodico. La natura stessa del disco mi ha chiaramente fatto pensare a quelli che spesso ci si dimentica esser stati fra gli ispiratori dei Tortoise (insieme agli Ex, a Steve Reich e ad una vagonata di altra gente) ovvero i Dos. Se il duo di bassi formato dagli allora coniugi Mike Watt (Minutemen) e da Kira (Black Flag) era molto più solare e diciamo “blues”, il signor Roden suona molto più lento, più notturno e anche più classico, a riconferma di ciò la parte seconda di questo lavoro è uscita nientepopodimeno che per la New Albion. Giusto per rimanere in casa della “Nuova Albione”, se conoscete il disco che stampo per questi ex-A Minor Forest, potremmo dire che velocità di esecuzione e gusto per la melodia sono simili, anche alcune delle atmosfere. Proprio in merito alle atmosfere parlerei di una forte influenza di musica classica per chitarra o per strumenti a corde in genere e per quanto ciò voglia dire tutto e nulla non si tratta né di musica barocca né di musica medievale, parlerei semmai di flamenco ma di quello più lento, quindi non velocità da capogiro stile Paco De Lucia. Il pizzicato (anche se credo che il termine in questo caso sia un altro) è morbido, le corde vengono fatte risuonare e Roden presta moltissima attenzione alla melodia e quando funziona riesce a salvarsi da un disco che potrebbe risultare un po’ piatto. Alcuni pezzi sono molto ispirati, mentre altri suonano bene ma finiscono per non essere incisivi, si tratta di un lavoro di “arte povera” più per scelta che per esigenza, se non ci fosserto alcune considerevoli differenze parlerei di un Mazzacane Connors del basso elettrico. Ad ogni modo a tratti risulta un disco molto piacevole.

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