since 1997, our two cents on indie/punk/post/electronica and more...

Hum Of Gnats – Purge The Weevil From Yer Midst (Strungaphone, 2011)

Cerca in tutti i modi, il pescarese Ezio Piermattei, di occultare le proprie tracce, presentandosi ad ogni appuntamento discografico con uno pseudonimo diverso: dopo Poisucevamachenille e Levis Hostel è la volta di Hum Of Gnats, progetto apparentemente privo di centro che mette insieme una gran varietà di suoni, rumori e field recording fino a realizzare un pastiche sonoro affascinante.
Purge The Weevil From Yer Midst non è una banale supercazzola musicale che assembla elementi a caso, ma un viaggio all’insegna della scoperta di suoni e rumori, trovati e combinati fra di loro con curiosità e gusto. Sarà una mia ossessione del momento, ma mi pare che anche questo disco sia da annoverare fra quelli che battono una via mediterranea al free-folk, dove strumenti acustici (a fiato, corde e percussivi) che sembrano provenire via mare da sud e da est, sposano i rumori di un’elettronica analogica e primordiale, ponendosi, rispetto a progetti spiritualmente vicini (sto pensando nella fattispecie a Eternal Zio e Orfanado, di cui diremo prossimamente) in ambito più prossimo all’elettroacustica e al jazz irregolare degli Jooklo. Anche se il disco è stato registrato in splendida solitudine, fatto salvo l’intervento in un brano del sassofonista Napo Camassa (all’opera sia come solista che con gli Almamegretta), l’aria che si respira è quella di una lunga jam session editata poi con piglio Faustiano (ma per coerenza con quello scritto sopra dovrei forse citare il Battiato freak di Clic), in cui momenti decisamente ostici, fra stridere di clarinetti e viole, fanno da preludio a piacevoli aperture melodiche, con sax che giocano a rimpiattino coi synth e voci campionate che guadagnano il palcoscenico. Piermattei rifugge comunque le facili giustapposizioni fra melodia e rumore, così come non esagera mai coi volumi, restituendo un’atmosfera tutto sommato rilassata, che aiuta a destreggiarsi nell’intricata struttura dei brani. Data l’eterogeneità dei quattro lunghi pezzi, è inutile segnalarne uno piuttosto che l’altro: meglio far notare quelli che mi sembrano i momenti migliori, come i battimani, le corde nervose e le cantilene che chiudono Ex-ercises In Stalinism (gran titolo), i fiati drammatici e malinconici di Hey, Rube! o la melodia vocale che anima Hat, Infundibuliform Hat, su un tappeto di fiati grassi e percussioni. Chissà se un’alchimia del genere è riproponibile anche dal vivo. Sarebbe davvero un’esperienza esaltante.

Tagged under: , , , , , , , ,

Leave a Reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Back to top