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…qualcosa come Old Bicycle Records ma 10 anni fa: Haru Indie 2006

A volte basta un input per scatenare il passato, ricostruendo il percorso che ci ha portato fino a questo momento “Ciao Vasco, sono Jacopo Andreini – ho ritrovato la registrazione di DJ FDM allo Zion del 14 gennaio 2006 (un sacchissimo di tempo fa!) e non è niente male. Volevo buttarla su bandcamp. Visto che faceva parte del festival organizzato da te, hai memorabilia, aneddoti, foto, scalette, ricordi, link e roba varia che ti farebbe piacere che mettessi nella parte della grafica? Fammi sapere! Un abbraccio, Jacopo.” Ci penso i consoni due minuti e mi viene in mente che, essendo i musicisti tutt’ora in attività sotto i medesimi progetti o con altre identità, ed essendo diversi di loro passati attraverso le egidie di Pulver und Asche e Old Bicycle, le due etichette discografiche con le quali ho avuto occasione di collaborare (cinque anni con la prima, e cinque anni con la seconda che sto per chiudere), tornarci su poteva essere un buon sunto dell’operato musicale nel quale mi sono sporcato le mani durante gli anni. Ringrazio quindi Sodapop per avermi ospitato sulle sue pagine e Jacopo Andreini per aver risfoderato il suo mirabile DJ Set.
haru_2Ricapitolando…Mendrisiotto, 2006, seconda edizione del festival Haru Indie, prodromo di tutto quel che discograficamente è stato (nel 2005, in concomitanza con la prima edizione, nacque ufficialmente l’etichetta Pulver und Asche, in una memorabile serata con Soft Black Star a musicare un documentario zurighese di inizio secolo in apertura ai Ronin con Amy Denio come ospite) e mi ha formato. Visto che, in dieci anni, le persone che affollarono quelle due edizioni si sono susseguite nel catalogo di Old Bicycle, esperienza che si sta chiudendo in questi mesi, insieme al cerchio che aprimmo allora. Haru Urara era una semplice associazione scappatoia che ci permise, grazie al gestore del Bar Zion Sergio Cavadini, di organizzare per un paio d’anni un festival che ai tempi non aveva concorrenti alle latitudini ticinesi.Bando alle ciance, si aprirono le danze con gli indigeni Pussywarmers, allora come oggi fautori di r’n’r d’altri tempi mischiato al vaudeville ed alla psichedelia, progetto che in più di dieci anni ha dato prova di validità e fantasia, scorrazzando tra i cataloghi di Voodoo Rhythm, Wild Honey e Six Tonnes de Chair per il loro ultimo 12”, uscito questa primavera nella formazione che li contraddistingue da qualche anno, ovvero con il suffisso femminile Reka (bandcamp).  Poi di seguito Mr. Henry, alias di Enrico Mangione, oggi lanciatissimo col progetto Niton insieme a Luca Martegani/Xelius e Zeno Gabaglio. Allora erano i tempi del suo secondo album, l’omonimo sotto la nomea Mr. Henry & The Hot Rats, che declinava il suo songwriting basso e brumoso in una vharu_5ersione piû garagistica, al crocevia fra Beck, Tom Waits e Neil Michael Hagerty. Questa la prima parte, a far entrare il pubblico tenendolo per mano. Poi furono gli Uochi Toki, stranieri sotto ogni possibile inclinazione in quel tempo ed in quel luogo. Dire che lasciarono esterefatto il pubblico più aperto e completamente sconvolto quello più casuale è dire poco. Un flusso di parole e noise come fosse lava, a riempire gli spazi vuoti fra le pareti e le persone e dentro di esse. Uno di quei concerti che, una volta terminati, lasciano il segno. Sarebbe bastato quello per chiudere in bellezza la serata, ma il dessert era ancora da venire. Ai tempi Stefania e Bruno, le due entità che formavano gli Ovo erano una coppia nella vita oltre che nella musica. Vederli baciarsi, sul palco, prima di rimettersi le maschere ed imbracciare le armi fu il segno dell’amore bestiale che scoperchiò l’inferno. Randellate ed urla belluine a scuotere le pareti, un finale di serata che segnò indelebilmente alcune menti. Sabato sera fantasia e ritmo al potere. Jacopo Andreini, uomo allora come oggi  coinvolto in mezzo miliardo di progetti, si esibì come Dj Facciadimerda. Coprì se stesso e la console con una scatola di cartone e subissò il pubblico con il set che abbiamo il piacere di offrirvi in ascolto (vedi il player sottostante). Accostamenti ritmici fuori dal tempo, che dopo dieci anni suonano attualissimi e senza connotarli potresti scambiarli per una ristampa di un dj francese emigrato in Indocina od una raccola hauntologica di ArteTetra. Dopo di lui fu il turno di IOIOI, allora ancora fresca di uscita del suo debutto Bright Future, sola sul palco e catalizzatrice di attenzione in un crocicchio di influenze asiatiche e fantastiche haru_4rigorosissime, senza svolazzi ma con una carnalità ed un’intensità senza pari. Ricordo che con un’amica che si occupò delle foto della serata, sorpresa dall’esibizione, parlò di musica uterina. Non saprei che dire, di sicuro poche one woman band nella mia mente suonarono tanto convincenti e sfuggenti così come Cristiana Fraticelli quella sera. Nella scaletta preventivata sarebbe stato il turno dei G.I. Joe, sulle cresta dell’onda grazie al folgorante Clito’s Angel ma destino volle che fossero preceduti sul palco da un set del loro roadie per quella sera, il misterioso individuo che ho più volte incontrato dal vivo e su disco, corrispondente ai nomi di Davide, Taffata e Seth Evol Tracks, che riuscii poi ad ospitare in una delle prime Tape Crash di Old Bicycle, quella che vide Arrington De Dionyso e Mr. Sutak’s Group scontrarsi con i Devasquartet. Set solista delirante, con un piatto della batteria appeso al soffitto ed un aura fuori da ogni tempo e luogo. Le occhiate dubbiose e sconvolte del pubblico meno avvezzo furono la conferma di un talento fuori da ogni binario. Al termine dell’esibizione i G.I. Joe arrivarono sul serio, suonando sotto al palco in mezzo alla gente ed ad alcuni vasi di piante. Come lanciare una pallina di gomma salterina in un flipper caricato alla massima potenza. Ruggenti e scattanti, freschi e mai domi, la versione ideale di ogni concerto spensierato e dedito alla danza sudata. Gli headliner furono i Sedia (trio marchigiano di Calbucci, Compagnucci e Coletti, anch’egli haru_3passato a più riprese tra i nastri di OBR, come Polvere, in solo od in compagnia di Own Road), non ricordo se già con il secondo album in mano o ancora possessori soltanto del loro stupendo esordio. Rock matematico all’ennesima potenza, geometrici ed a nervi scoperti, asciutti e senza nessuna sbavatura. Una macchina perfettamente oleata pronta ad un frontale con le tue orecchie. Questo fu, nei miei semplici e raffazzonati ricordi, il secondo Haru Indie Festival, wekkend che resterà indelebilmente segnato per il ritmo immesso nelle vene da sotto quel cartone dal benemerito Jacopo, aka Dj Facciadimerda.

 

 

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