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Giovanni Rossi – Industrial [R]Evolution (Tsunami, 2011)

Va sempre più arricchendosi la bibliografia riguardo alla musica industriale in lingua italiana. Quest’opera di Giovanni Rossi, giornalista di Ritual e redattore di un blog che raccoglie notizie e parecchie recensioni live, affrontando il tema in lungo e in largo, dagli abissi harsh fino alle derive più prossime alla pista da ballo ed è quindi particolarmente adatta ai neofiti, ma può rappresentare un buon ripasso anche per gli iniziati.
Era ovviamente impensabile coprire tutto lo spettro di un genere così vasto e non sempre facilmente circoscrivibile, ma Industrial [R]Evolution ci va vicino, scegliendo di affrontare la materia senza soffermarsi troppo sui singoli gruppi, ma seguendoli nel corso egli anni e sviscerando quanti più filoni possibili, dando spazio anche a progetti da sempre poco trattati, almeno da queste parti, come Con-Dom e Grey Wolves, o il nostro Atrax Morgue. Tuttavia questa volontà ecumenica è anche il limite del libro, perché mancando di definire cosa sia industrial e cosa no, finisce per dedicare spazio a gruppi che, a parere di chi scrive (ma non solo, leggetevi la postfazione di Maurizio Bianchi), c’entrano davvero poco, avendo perso, generazione dopo generazione, qualsiasi contatto con il suono e soprattutto con lo spirito delle origini. Certo, quella di definire industrial ogni gruppo che utilizzi un mezzo campionamento o una batteria triggerata non è certo colpa ascrivibile all’autore, il testo è anzi problematico su questo punto, soffermandosi più volte a riflettere anche attraverso la voce dei protagonisti, ma di fatto, includendo roba come White Zombie, Hocico o Marylin Manson, legittima queste frange che finiscono inevitabilmente per monopolizzare la seconda metà del libro; in definitiva, si sarebbe fatto preferire un approccio maggiromente critico. Se si esclude questo, la lettura è interessante e scorrevole, specie se si avrà la accortezza di saltare gli intermezzi che appesantiscono il testo, come le biografie dei gruppi più significativi posti alla fine di ogni capitolo (decisamente meno esaurienti di una pagina di Wikipedia) e gli specchietti con la descrizione delle canzoni più famose di alcune delle band trattate, così come le testimonianze di gente che non si capisce bene cosa c’entri con la materia trattata (Tying Tiffany?!?) se non per via della concezione allargata di cui si diceva sopra. Ottime e illuminanti sono invece prefazione e postfazione, a opera rispettivamente di Lustmord e del già citato Bianchi, così come gli apprfondimenti di Adi Newton e Ze’v, posti in appendice,  che ribadiscono in maniera netta cosa sia seriamente l’industrial. Il quadro che esce alla fine della lettura, piuttosto chiaro e veritiero, è quello di un genere attualmente perso fra ripetizione di vecchi schemi (le frange più esterme) ed eccessiva accondiscenenza al mercato (le tendenze più rock), un pantano da cui stenta a uscire. Come recita un comunicato del collettivo Death Pact International, portabandiera dell’antico spirito, e che potrebbe benissimo valere per tutta la scena, “Far irrompere Death Pact International fuori dal ghetto del noise sarebbe davvero grandioso”.

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