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Giovanni Dal Monte – Visible Music For Unheard Visions (Sonicabotanica, 2015)

Non so se avete ascoltato la puntata di Sodapop Fizz che aveva per ospite Alberto Boccardi (se ve la siete persa qui trovate il podcast):  si parlò (e si ascoltò) di classica contemporanea, privilegiando quei progetti  che, pur rientrando a pieno titolo in quest’ambito, non creassero una barriera con l’ascoltatore non edotto o, peggio, neofita. Insomma, musicisti colti ma non spocchiosi, tanto per semplificare. Bene, quella sera Giovanni Dal Monte in scaletta non c’era, ma avrebbe potuto starci benissimo.
Qui la componente di base è costituita da un’elettronica figlia dei ’90 -si ascoltino le due Tremors o i battiti fra breakbrat e IDM presenti in quasi tutte le tracce – che, proprio perché gli anni passano e si matura, capisce che può permettersi di esplorare altri ambiti (la musica classica e finanche l’opera, in questo caso) senza perdere la propria essenza, anzi trovando una collocazione per la musica del passato (il Mussorgsky della seconda traccia) e traendone nuova linfa. In questo senso l’inizio è fulminante, con un brano compiutissimo e drammatico come Cafe Richmond, elettronica pulsante che viviseziona uno strumento a corde (un violoncello?): è uno stilema che ritroviamo altrove  nel lavoro- anche se con coloriture sempre diverse – e che ne segna i momenti migliori. Waves That Never Will Be Heard, suono di archi sconnesso e canto lirico che, sul finale, arriva a sfiorare la grandeur laibachiana, From The Cage che fa convivere tribalismo elettronico e classicismo, Shadows That Never Will Be Seen ossessiva con le sue ripetizioni e poi ci culla in una malinconica atmosfera da colonna sonora. Stona un po’, come mood e non come qualità , la bonus track Let’s Go Minimal, beffarda si dal titolo, che si permette di infilare un campionamento di Marlene Dietrich in un moderno e sporchissimo elettro-funk. In realtà non è possibile rendere l’idea della minuziosa tessitura che compone ogni brano, frutto di un lavoro di scrittura complesso e ricercato che, come si diceva, non mette in soggezione l’ascoltatore, ma lo accompagna e gli fa apprezzare territori che mai si sarebbe sognato di frequentare, con naturalezza, senza intellettualismi. L’avanguardia come dovrebbe essere sempre, insomma.

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