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Gil Hockman – Dolorous (Self Released, 2015)

A volte la semplicità paga, come nel caso di questo disco fatto di niente, nato quasi per caso attraverso un crowd sourcing sulla piattaforma Indiegogo. La formula proposta dal Gil Hockman di Johannesburg non è nulla di trascendentale: un post folk minimalista registrato, come il dogma insegna, in cucina o in salotto con tanto di foto casalinghe nella retrocover, da eterno ventenne fuorisede che si barcamena tra frigo e divano. Tra le due cose ogni tanto ci scappa una canzone.
Se aggiungiamo i testi incentrati su ansie esistenziali e rapporti sentimentali finiti male la tentazione di tirare fuori gli Smog è forte, ma tranquilli, qui non c’è la stessa inquietudine e profondità abissale. Nemmeno le stesse canzoni, direi: il paragone è ingeneroso quindi accontentiamoci di una manciata di tracce condite da due accordi basilari e ripetitivi quasi alla noia con timidi accenni all’indietronica da inizio ventesimo secolo (White, Pass the Ball). Berlino è la seconda casa di Gil e si sente. Quello che spicca maggiormente comunque è la sua voce, davvero notevole, tanto che in una vecchia recensione di un suo precedente EP l’aggettivo più usato è stato “dolorosa”. Dolorous è quindi il nome che Gil ha dato a questo album composto da brani scritti tra il 2012 e il 2013 e rifiniti nel mastering agli Spectre Studios di Troy Glessner. Sarò di manica larga quindi: la sufficienza è garantita.

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