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Gianni Lenoci/Gianni Mimmo – Reciprocal Uncles (Amirani, 2010)

In contemporanea al duo che vede coinvolto Cristiano Calcagnile e Monica Demuru (Blastula) la Amirani spara quest'altra coppia che vede coinvolti il patron della label pavese e quel Gianni Lenoci che qualche tempo fa aveva partecipato ad un lavoro in trio con Carlos Zingaro e Marcello Magliocchi uscito per la stessa ed intitolato Serendipity. Oltre ad avere una fisionomia sempre più chiara, il catalogo Amirani è ricco di lavori in duo, forse proprio perché come diceva lo stesso Gianni Mimmo in qualche intervista "in duo non ci si può nascondere". Mimmo e Lenoci non si nascondono per nulla, scendono in campo aperto e si equilibrano splendidamente anche grazie ad un mixaggio perfettamente bilanciato. Ombre di jazz sempre più distanti e derive contemporanee sempre più marcate, se l'espressività di Mimmo ce lo riporta "caldo" e a suo modo "melodico" anche quando lavora sull'astratto, il pianismo di Lenoci ogni tanto nelle parti più lente è accostabile a qualche scoria di Cage, Feldman e qualche incursione sbilenca mi ha fatto venire in mente un Benjamin Britten in acido. A dispetto di una copertina rassicurante e di una foto interna molto autoironica siamo di fronte ad un disco dove c'è ben poco da scherzare: l'equilibrio ed il rigore di esecuzione sono dissimulati da affiatamento tale che fa sembrare il tutto molto naturale e spontaneo, ma la tensione è percepibile o quanto meno è quello che trasmette l'atmosfera del disco. In molte tracce l'abituale austerità di Mimmo lascia il posto ad un vago senso di malinconia, per quanto sia un disco che più "bianco" ed europeo di così si muore parliamo del sentimento "blues" nel senso più classico della musica afro-americana, ma resta che è il sovrapporsi del pianoforte che fa tracimare tutto in direzione di un senso di grigiore/rigore geometrico molto forte (che cosa significhi ve lo potrebbe dire solo il mio analista, ma questo è un altro discorso). Al di là dei momenti di tensione, del senso di perdita tutto occidentale da Decline Of Western Civilization i due spesso smorzano la pesantezza con alcuni assalti andanti e con palleggi veloci a bordo campo, ma restano brevi momenti di luce in un'atmosfera da west-Berlin. Un disco che fa proprio venire in mente dei paesaggi da Germania dell'est oppure i fantasmi di San Pietroburgo, eppure è stato registrato a Bari, come a dire che le profondità e l'Expression Of Inexpressible sono uguali a tutte le latitudini ed indipendentemente dai paesaggi, in barba alle teorie di Rousseau.

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