Father Murphy – 19/12/08 Morya (Cellatica – BS)

Mancando pochi giorni al Natale sta a Father Murphy fare gli auguri di buone feste al pubblico intervenuto al Morya di Cellatica per l'ultimo concerto di questo 2008. Tuttavia, sebbene i temi trattati e le musiche del gruppo abbiano più di un punto in comune con la tradizione religiosa, provenendo dal trevigiano, antica terra di eretici, non ci si può aspettare il tipico spettacolo natalizio. E così è: noi peccatori avremo ciòche meritiamo. La formazione riunisce tre personaggi, nessuno dei quali ordinario: un batterista capace di suonare al contempo il suo strumento, il violino e cantare (e che vi garantisco essere assolutamente normodotato), una tastierista che canta e suona campanelli, piattini e gong, tutti rigorosamente in miniatura (certamente strumenti rubati al popolo degli elfi) e un chitarrista/cantante dalle incredibili espressioni facciali, che spara il jack direttamente Father M.nell'impianto di amplificazione e da lì in faccia ai presenti. Nonostante l'abbondanza di strumenti le atmosfere sono invero piuttosto scarne, suoni radi e secchi su cui si adagiano vocalizzi chiesastici e austeri suoni d'organo, ma anche intemperanze vocali che squarciano l'atmosfera solenne che si viene a creare; come dire, l'estasi e il tormento. Così il gruppo non ci mettono molto a trasfigurare l'ambiente, posto al di sotto del livello stradale, in una catacomba dove si celebra un rito non propriamente ortodosso, evocando un immaginario che oscilla tra il medioevo europeo e il gotico americano del primo novecento. Fra queste nebbie ci pare, di primo acchito, di distinguere alcune figure ispiratrici, il Syd Barrett che suggerisce la melodia di So Now You Have To Choose Between My Two (Blacks) Lungs, o l'ultimo Johnny Cash supportato dai primi Black Sabbath, ma è un attimo, prima che la sensibilità del terzetto filtri il tutto e lo amalgami in un doom che non ha nulla di metal ed è invece ritmo primordiale del mondo che fa da sfondo all'affastellarsi di canti di gnomi e litanie sinistre e sublimi. Galleggiamo così nel noise tastieristico su cui si adagia At That Time, assistiamo alla dolorosa mietitura di Go Sinister e accompagniamo le voci angeliche dell'invocazione I Sob Non More Rage per un tempo che è difficile stabilire. Il suo scorrere è infatti sospeso per tutto il concerto e solo dopo i bis ci viene restituito il respiro. Possiamo andare in pace.

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