Erdem Helvacioglu – Wounded Breath (Ancourant, 2009)

Altro gradito ritorno, infatti come qualcuno di voi si ricorderà avevamo recensito questo compositore turco in occasione del suo lavoro su New Albion (e scusate se è poco). Viste le credenziali ed il fatto che si trattava di un bellissimo lavoro ero curioso di vedere che cosa avrebbe potuto combinare con questo nuovo lavoro: oltre a non deludere le mie aspettative Erdem Helvacioglu le ha superate brillantemente. Se nel lavoro su New Albion il suono, oltre ad uniformarsi a molte cose dell’etichetta, risultava molto vicino a quello di molte colonne sonore composte da gente di livello, ora il background di musica elettronica del turco emerge prepotentemente. Pur non avendolo visto, so che nel documentario di Alexander Hacke sulla scena musicale di Istanbul veniva dato molto spazio alle cose che in un certo senso risentivano anche delle influenze locali, bene Erdem Helvacioglu invece appartiene alla categoria di musica che potrebbe venire da qualunque posto dell’occidente più freddo e non credo che sia negativo, anzi diciamo che è quel poco che c’è di buono in un mondo globalizzato, dove a parità di mezzi e al di là delle peculiarità culturali ciò che resta è il lavoro, "la cosa in sé" (come avrebbe detto il vostro amico Kant). Non più flussi di melodia ed immagini filmiche, in queste cinque composizioni elettroniche si trovano semmai riferimenti diretti e non a Maderna, Chris Brown, Stockhausen o anche a Ligeti (che però di digitale ne ha visto ben poco): nonostante ciò non si tratta di musica troppo pesante, non più di alcune cose di Steve Roden, Kim Cascone o gente di quel giro, qualche apertura melodica c’è ancora come a metà di Dance Of Fire, oppure come in le note vellutate che compaiono in Land Crystal Marbles. Più che pesantezza parlerei di ricercatezza, infatti Helvacioglu deve aver fatto un gran lavoro sul suono e sulla struttura delle tracce che al di là di una suite da diciassette minuti si avvicinano ad una durata media di undici. Fra i suoni sintetici e digitali, i passaggi quasi elettroacustici ed i drones ultravellutati si trovano alcune soluzioni veramente di classe in cui il turco dimostra di saperci fare e non poco, non è neppure semplice variare pur mantenendo un’uniformità stilistica, eppure riesce a farlo, basti prestare orecchio all’introspettiva Blank Mirror. Davvero bravo, da tenere d'occhio.

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