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Eagle Twin + Pombagira – 16/10/10 Unwound (Padova)

Che l'immaginario degli Eagle Twin sia popolato da corvi, aquile e rapaci vari è cosa nota, ma che si debba raggiungere il luogo del concerto affrontando una notte da lupi è un'ulteriore immersione nell'etologia che avremmo felicemente evitato. Tuttavia, grazie alle doti di guida del Ferri e al suo potente mezzo giungiamo a destinazione senza troppi patemi e con un certo anticipo. L'Unwound è ancora praticamente vuoto e spiace dire che nel corso della serata non andrà molto riempiendosi, sebbene i presenti si faranno valere, in special modo i due irriducibili headbanger che si agiteranno sotto il palco per tutta la durata dei concerti. Quando salgono sul palco i Pombagira, duo anglo-americano con nerboruto chitarrista e gentile donzella dietro le pelli, siamo dentro in venticinque, ma loro non danno alcun peso alla cosa: un minuto di soundcheck e via andare. Quando ci rendiamo conto che la donzella è tutt'altro che gentile e bastano un paio di secondi, è già troppo tardi: i due stanno rovesciando una quantità di decibel che basterebbero a far arretrare un esercito e non smetteranno che dopo di mezz'ora, in cui mettono in fila non più di tre canzoni. Col senno di poi, si tratta di un buon allenamento in vista di quello che ci aspetta, ma sarebbe ingiusto e sminuente liquidali così: il loro è doom sludge di genere, ma fatto come si deve, alternando riff elefantiaci e accelerazioni ben supportate da battiti tribali. A voler cercare il pelo nell'uovo, le parti eagle_twinunwound_1più rarefatte rivelano la mancanza di un assetto strumentale più completo, ma qui brevi istanti spariscono nella memoria a fronte della resa live. Giunti alla fine possiamo aspettarci che gli Eagle Twin siano qualcosa di più, ben difficilmente potremmo però attenderci ciò a cui assisteremo. Certo il fatto di essere al cospetto di Gentry Densley, mio idolo di gioventù al tempo degli ostici Iceburn poteva farlo pensare, e anche l'anfiteatro di otto amplificatori che fa da sfondo al palco avrebbe dovuto indurci a qualche sospetto. Ma siamo degli ingenui e quando parte In The Beginning Was The Scream la prima impressione non è che stia per iniziare un concerto, ma che un convoglio ferroviario si deragliato addosso al locale. Invece è solo il buon Gentry che ha accarezzato le corde della sua chitarra, sulla quale è il caso di spendere due parole: una EGC con manico in alluminio, tre corde grosse un dito nella parte alta del manico in luogo di quelle consuete e doppio jack. Se il nostro è veramente "uno dei più grandi scienziati della musica", come lo definisce il sito Allmusic.com, il maneggiare uno strumento del genere lo qualifica immediatamente come dottor Frankenstein del doom. Del brano con cui si è partiti dopo pochi minuti non rimane eagle_twinunwound_2traccia alcuna: il flusso sonoro lo ha dissolto e per i successivi tre quarti d'ora sarà un ininterrotto magma chitarristico che di tanto in tanto lascerà emergere pezzi riconoscibili (strofe cantate, riff di chitarra) che subito si inabisseranno. Free doom mi suggeriscono dalla regia e direi che non può esserci definizione più felice. Il batterista, Tyler Smith (una versione corpulenta e tatuata di Giacomo del trio Aldo, Giovanni e Giacomo) fa la sua parte senza eccessivi estri, fornendo le scansioni mai troppo serrate su cui si appoggia la chitarra, assoluta protagonista della serata, fra hard hendrixiano e noise orchestrale (come può essere orchestrale un treno merci in transito…) senza trucco e senza inganno: niente loop station o altre diavolerie tecnologiche, ciò che vediamo è ciò che sentiamo. Sei corde protagonista dicevamo, ma a caro prezzo, poiché oltre che suonata in maniera più o meno canonica (a volte col plettro, altre con le dita), viene percossa, fatta ondeggiare nell'aria o sollevata perché lo scienziato pazzo, dopo aver torturato gli interruttori dei pick up, possa usare quest'ultimi a mo' di microfono, urlandoci dentro. Noi, cercando di restare a galla nel marasma, passiamo da momenti di assoluta esaltazione, in cui ci pare di poter condividere il trip di Gentry, che maneggia lo strumento con un'espressione estatica e poco rassicurante, ad altri in cui siamo annichiliti dalle onde sonore che escono dall'impianto, veri e propri cavalloni di rumore: il disco non ci aveva preparato a tutto questo! Non dimeno ne usciamo vivi, sebbene frastornati e incredibile a dirsi, senza che i vestiti ci siano stati strappati di dosso; ma ogni tanto una terapia d'urto del genere è salutare e il tempo lupesco che ci attende sulla via del ritorno non può più farci paura.

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