Dynasty Handbag – Foo Foo Yik Yik (Love Pump, 2006)

E' un uomo. E' una donna. E' un uomo. E' una donna. E' un uomo. E' una donna. E' un uomo. E' una donna. E' un uomo. E' una donna. E' un uomo. E' una donna. E' un uomo. E' una donna. E' un uomo. E' una donna. E' un uomo. E' una donna. E' un uomo. E' una donna. Ma nel 2006, questo giochino, che ricorda così tanto quello di Amanda Lear di decenni fa, ha ancora un senso?
La scusa è buona per una tirata buonista catto-comunista come la mia famiglia mi ha insegnato. Siam tutti figli dello stesso cielo/dio. Che ognuno faccia un po' quello che gli pare. Così, mi pare d'aver capito, funziona il mondo.
Negli ultimi anni ci siamo bevuti molto di quello che arrivava da Oakland e comprensorio della Bay Area, godendoci il cheap thrill di una musica nuova creata sulle fondamenta di un vecchio cui veniva spazzata via la polvere. La cheap elettronica della Tigerbeat6, i lancinanti dolori del giovane Jamie Stewart (Xiu Xiu), gli arrovellamenti dei due Matmos, il dancefloor smutandato di Hawnay Troof. Uno dei fili conduttori è una ricerca, spesso poco definita dalla nostra cultura europea, sull'evoluzione dei comportamenti e delle identità sessuali. Oltre ad arrossire per alcune espressioni troppo vivide o a sorridere agli ammiccamenti fin troppo espliciti sul versante grafico, non sempre ci è, Tondelli docet, facile cogliere. Non so se presentando con maggiore evidenza questa caratteristica si riuscirebbe, qui da noi, a spingere alcuni degli stessi autori con la stessa forza. Senza discriminare o cadere sulla abusata buccia di banana, espressione molto Amanda, della gag alla Alvaro Vitali. Questa performer, già con i Dynasty, su Tigerbeat6 e con i Roofies, si è trasferita da poco a New York dove ha pensato e composto il suo debutto solista a nome Dynasty Handbag: un tripudio di preset di tastiera che culmina con una scabercissima cover di Open Up & Bleed degli Stooges. Dopo aver esposto le sue opere al P.S.122 nella grande mela, pare quasi ovvio che quell'infantilità aggressiva repressa venga trasposta in musica, che suona un po' come una versione astrusa e poco corretta dei primi Numbers. Jibz Cameron gioca con l'arte ma non riesce a costruirsi una credibile facciata alla Yoko Ono come bambina transgender, degna di poter competere con i grandi. Il disco, seppure emblematico di una corrente di performer da noi quasi inesistente, non riesce a bucare il muro di sentimenti ritratto all'interno del booklet. Rimane lì, un divertissement per pochi che, molto probabilmente, si nutre dell'energia dell'artista durante i live, che ci auguriamo di poter vedere anche su questa sponda dell'Atlantico, per poter comprendere meglio questo sfaccettato personaggio.

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