Dino Betti Van Der Noot – God Save The Earth (Sam Production, 2009)

Nel caso di God Save The Earth ci troviamo di fronte ad un disco che bene o male bazzica l'ambito jazz, quanto meno a giudicare dai nomi dei molti musicisti coinvolti, nonché per una parte della sua estetica fino ad arrivare alle stesse note di copertina, redatte da uno dei nomi storici del giornalismo jazz italiano come Fayenz… senza dimenticare che Betti nel 1987 ha vinto il premio Arrigo Polillo. Fatta questa premessa, se si fa esclusione dell'accento della maggioranza dei musicisti, il jazz in realtà è giusto uno dei colori della tavolozza di Dino Betti e non ci vuol molto a capirlo, bastano alcune tracce.
Una piccola orchestra che si muove su linee melodiche e molto anni '70, un po' per come sono assemblati gli strumenti e un po' per il fatto di lavorare su di un canovaccio sospeso fra la jazz-fusion di ampio respiro e dei solismi molto imbrigliati alla melodia di base, ma anche per come vanno sviluppandosi le strutture dei diversi brani. Nonostante ciò ci sono parecchi echi di musica classica contemporanea (quanto meno di quella più soft) e di composizioni al limite con le colonne sonore, basti pensare che alcune armonizzazioni iniziali di In The Beginning Was Beauty ricordano persino il Vangelis della colonna sonora di Blade Runner. Batterie che quand'anche free rimangono sempre sommesse ed immerse nei tappeti melodici, fiati che quando non lavorano in solo spesso fanno da coro jazzy come si usava fare in molti splendidi lavori della Cinecittà dei bei tempi e persino richiami (volontari o no) ad arie morriconiane. Ora, purtroppo questo parallelo con le colonne sonore può risultare un po' fuorviante, quindi ribadirei che il disco non si muove solo su quel filone, anzi si tratta giusto di una sfumatura del lavoro corale di questa piccola orchestra. La produzione molto pulita e con le batterie acustiche tenute dietro la maggioranza delle linee melodiche è comunque indicativa dell'idea che sottrae i pezzi, infatti mi pare evidente che Dino Betti voglia far passare in primo piano le linee melodiche ed il fatto che si tratti di un lavoro corale che, nonostante qualche libera uscita, si muove su dei paletti che lo stesso ha posizionato a dovere per dare forma alle canzoni. Un lavoro a suo modo molto classico, con un buon suono, molto ispirato, composto e diretto in modo molto asciutto e che proprio per questo suo "vecchio" lussuoso cappotto finisce per essere molto elegante, si veda su tutto City Mornings, dove la voce di Ginger Brew si muove su una malinconicissima jazz ballad dal cuore di bue.

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