Des Moines – Like Freshly Mown Grass (Dinotte/We Work, 2018)

Pur essendo orientati prevalentemente verso altri ambiti, capita talvolta, per particolari congiunzioni astrali, di imbattersi in lavori che sono il disco giusto al momento giusto. È il caso di Like Freshly Mown Grass di Des Moines, che ci si presenta alle porte di un autunno ancora caldo con un suono che sa già di foschie e foglie che cadono e di sentimenti messi a nudo. Lui è Simone Romei da Reggio Emilia e questo è la sua terza uscita, ma dopo un album praticamente in stampa domestica e un EP, potremmo quasi parlare d’esordio; un esordio a cui il nostro arriva già maturo e consapevole, aiutato dalla produzione e dagli arrangiamenti di Egle Sommacal (Massimo Volume) e dai contributi discreti di membri di Giardini di Mirò e Dolpo. Lontano dalle influenze dell’indie e del cantautorato nostrano e per nulla intimorito dal lasciare spazio, alla bisogna, alla chitarra spogliata delle parole (la poesia strumentale di Cricket And Cicadas e Like Freshly Mown Grass), Des Moines sembra essersi abbeverato direttamente alle fonti pre-guerra del Nuovo Mondo, al netto di qualche veloce puntata oltremanica (Daffodils). Le radici del suo folk affondano in quell’America rurale che, sarà forse colpa o merito di certi scrittori, è diventata un po’ patrimonio di tutti, specie di chi sta nelle pianure da dove si vedono le montagne non troppo lontane. Di questo continente antico e dignitoso i meno dotati fanno proprio l’immaginario, i migliori colgono la poetica. Nelle tracce di Like Freshly Mown Grass non c’è ombra di posa mentre si percepisce l’adesione a un’idea di esistenza che punta a riannodare i legami con l’essenza delle cose, a partire da un suono scarno (senza mai apparire povero) per giungere a parole misurate e sentite (Love in Vain, Whippoorwill). In questo senso la stagionalità di cui parlavo in apertura non deve essere avvertita come un limite ma come la riprova di quanto questa musica sappia cogliere nel profondo certe dinamiche e certi legami che ormai rischiamo di perdere. Lo scorso anno, sempre in autunno, vi parlammo di un disco, Cold Spring di Fletcher Tucker, che pur differente nel suono, aveva diverse affinità in spirito con questo lavoro. C’è anche un’altra analogia: Des Moines ha preso il nome dalle pagine di Sulla Strada di Kerouac, mentre la Cold Spring di Tucker si trova a Big Sur, luogo dove il musicista ha soggiornato in solitudine in cerca dell’ispirazione,  e che dà il nome a uno dei romanzi dello scrittore statunitense. Sono curiose casualità; o forse semplici conferme.

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