Deison & Mingle – Innersurface (ST.AN.DA., 2017)

La nuova collaborazione fra Andrea Mingle Gastaldello e Cristiano Deison (se non si conta il miniCD d’esordio per il single club di Final Muzik) chiude idealmente una trilogia finita la quale i due apriranno un nuovo capitolo (e a ribadire come in ogni fine c’è un inizio, Innersurface tiene a battesimo la neonata etichetta ST.AN.DA., giro Silentes). Attenzione però, dei tre album questo è il meno omogeneo musicalmente e, pur frequentando le atmosfere scure a cui i due ci hanno abituati, mette in luce una quantità e qualità di idee che lo proiettano già oltre i confini della trilogia, elaborando soluzioni che potrebbero essere sviluppate in futuro. Se la forma musicale è varia e difficile da circoscrivere in un determinato ambito il concept è profondamente unificante: l’idea di superficie interna attraversa con coerenza un disco che nei titoli e nei suoni sembra indagare quasi ogni accezione dell’idea di cavità come se solo lì, in spazi più o meno artificiali, fosse possibile trovare rifugio dal crollo contemplato in Everything Collapse(d), primo capitolo della saga. È in questi anfratti che la vita continua nelle mutevoli forme di Breach e Dissociation – soundscapes lividi sporcati da interferenze elettroniche che insieme al piano disturbato di It Was… sono il trait d’unoin più forte coi lavori precedenti – e nelle fredde sonorità che poco hanno di umano di Mud e Toxin. Più in profondità Cisterna intercetta correnti di densi liquidi ribollenti e li trasforma in ambient sussultante mentre Petrolio risuona in antri in cui i movimenti ritmici sono rallentati e i suoni inspessiti ed alterati, un microcosmo pulsante che segna uno dei picchi dell’album insieme a Meltdown, dove lo spirito robotico si unisce a quello animalesco dando vita a un brano dall’incedere maestoso. Non ci sono tuttavia cedimenti di sorta: Hole resuscita il dub che su Weak Life animava Circle Of Red Drops, Reverse seziona i Jesu più rarefatti con pesanti presse metalliche e ancora una volta una cover, stavolta Blato dei Borghesia, sigilla il tutto. Innersurface ci dice, nel caso non fosse ancora chiaro, che star qui a discutere anche solo vagamente di generi è inutile e nemmeno è più tempo di narrazioni: le energie vitali e creative si disperdono in mille rivoli e vanno ad alimentare vene sotterranee che, tornate in superficie, nutriranno nuove creazioni. Dobbiamo solo aspettare.

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