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Deafheaven – Sunbather (Deathwish, 2013)

Incensati da stampa e webzine un po’ ovunque, i californiani Deafheaven pur non inventando nulla sembrano e vogliono mettere d’accordo tutti. O quasi. La (furba) pozione magica che allarga la platea degli ascoltatori consiste in una bella svecchiata della formula ormai obsoleta del post rock strumentale, senza rinnegare nulla, anzi. Vengono ricalcati per  bene i migliori trucchi le migliori chitarre e riverberi tra melodia e tensione statica miscelati/alternati con innesti a raffica di beast beat, potenti riff heavy e voce growl (George Clark) di matrice black metal.
L’accostamento tra gli Explosions In The Sky della prima ora (periodo: ottobre 2000 – novembre 2003) con gli Emperor che fa Pitchfork, ha fatto strabuzzare gli occhi ai più ma, anche se in modo semplicistico, rende l’idea. Tutto è dosato alla perfezione, le due facce della band convivono quasi annullandosi. Forse a risentirne di più sono i momenti di rabbia caotica che virano al metal, dilatati dal pathos malinconico degli arpeggi e dal minutaggio elevato dei brani (Dream House, The Pecan Tree) curati in ogni dettaglio, persino nei testi, lontani da ovvie lagne emo core, pur solcando gli stessi territori. Fondere due generi, in apparenza così inconciliabili in modo così efficace e armonico, promuove il disco da solo, anche dopo ripetuti ascolti. Resta solo il dubbio se, sin dalla copertina (e dalle facce pulite da bravi studenti della gioventù ariana) tutto ciò sia un’operazione studiata e poco spontanea, adatta a far breccia in un pubblico anagraficamente molto giovane, ma variegato.

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