David Tangye/Graham Wright – How Black Was Our Sabbath (Pan, 2005)

Il titolo e gli strilli sulla copertina promettono succosa ignoranza e lasciano presagire aneddoti da scambiarsi, la sera, di fronte a birre e Barbera superiore. Il fatto è che le promesse solitamente valgono quanto un centimetro di bava di lumaca… poi se sono fatte sulla copertina di un'edizione in brossura di una bio non autorizzata dei Black Sabbath, allora il valore della facenda precipita inesorabilmente. Iniziamo col dire che questo libro dovrebbe (DOVREBBE) esere stato scritto da due roadie della band. Il condizionale è imperativo, perché è chiaro che i due suddetti presunti autori – in realtà – si sono limitati a rilasciare qualche dichiarazione, poi cucita da qualcuno armato di pazienza e nessuna verve rockettara.
Ci voleva un genio da impiegato dell'anagrafe ultrasettanenne, o da giornalista della seconda republica, per smorzare ogni minimo afflato di mitologia in una storia che ha per protagonisti Tony Iommi, Ozzy Osbourne e i Black Sabbath. E che cacchio! Quello che stupisce e delude è, infatti, la mancanza di ignoranza e la piattezza della vicenda. Sembra una bio scritta da un editorialista de La Stampa in un giorno morto di metà agosto: dove sono gli eccessi, i casini, i disastri, le atmosfere mortifere? Tutte occultate, come a volersi tutelare da strali e menate, data la natura non ufficiale del libro. Pararsi il culo è un un'arte e una necessità, ma se poi significa scrivere la storia dei Sabbath facendola diventare la biografia di una cover band di Serravalle Scrivia, allora c'è qualcosa di profondamente sbagliato. Pollice verso. Da evitare, a meno che non lo troviate a 50 centesimi… allora val bene lo sforzo.

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