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Daniele Santagiuliana – Doppelganger (Looney-Tick, 2015)

Sono diverse le cose che Daniele Santagiuliana produce sotto mentite spoglie e tutte meritevoli: The Anguish, Anatomy (con Cristiano Deison), Testing Vault (di recente uscito con un monumentale e bellissimo cofanetto) e altre ancora; dietro le quinte di Sodapop invece gli impegni sono troppi e il tempo da dedicare alla musica troppo poco, così non sempre è possibile rendere conto di tutto ciò che si vorrebbe. Ogni volta che però arriva un lavoro a suo nome, il tempo lo si deve trovare e, chissà come, lo si trova.
Ho una possibile spiegazione: questi album rappresentano un po’ il fulcro dell’opera di Santagiuliana, il momento dove l’artista si mette a nudo e dal quale parte per rivestirsi con gli abiti degli altri progetti, una conditio si ne qua non che ci porta ad essere partecipi della sua stessa essenza; così – senza nulla voler togliere al valore degli act sopracitati – sono qua a parlarvi di questo nuovo Doppelganger. Se non lo conoscessi dalle foto che compaiono sui dischi, darei all’artista un’età abbondantemente sopra gli anta, per quella voce che sembra carica di anni e di esperienze, capace di attingere a qualcosa che va oltre l’anagrafe e il nostro piano di realtà. Ad accompagnarla, in Doppelganger, troviamo l’abituale acustica e un’elettronica minimale ma significativa, che dona varietà e sfumature senza snaturare lo stile né rendere disomogeneo l’insieme; a tratti viene alla mente Blues Funeral di Lanegan. La protagonista resta comunque sempre la voce, profonda ed evocativa, vicina in spirito ai drammi esistenziali di Michael Gira e agli spettri ancestrali di Steve Von Till, ma capace anche di visioni un po’ meno scure, come nel quasi indie di Room #262, prossimo al Pedro The Lion più tormentato. È lei che dà forma a nove canzoni alle quali ogni definizione stilistica, dal folk all’american gothic, va stretta, perché raccogliendo per strada storie, suoni, rumori, umori, mettono in evidenza la forza che viene dal continuare nel tempo, lasciandosi alle spalle ogni sospetto di passatismo. Fra queste nove storie, che ci raccontano del loro autore, ma anche di tanto altro, ognuno troverà le sue. Per quel che può valere, le mie sono la bipolare Saints Of The Alleys e The Animal Hour, solo battiti, sintetizzatori ventosi, voce e un testo da lacrime; ma davvero, non c’è nulla da scartare in questo disco. Doppelganger è orgogliosamente pubblicato dall’etichetta di casa Looney-Tick Productions: forse è una scelta, forse una necessità, ma sarebbe bello che qualcuno si accorgesse di quanto questa musica meriti di uscire dai circoli ristretti nei quali è relegata.

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