Daniele Brusaschetto – Flyng Stag (Wallace/Bandageman/Bosco/Solchi Sperimentali, 2019)

Non c’è traccia di nostalgia nel ritorno metallaro di Daniele Brusaschetto. D’altra parte, perché averne? Lui il genere l’ha sempre praticato, sia in progetti dove i canoni erano più o meno rispettati (le brutalità death e grind di Diononesiste e Nerocapra) sia dove i geni mutanti alteravano la forma fino a creare qualcosa di diverso (l’industrial rock dei Mudcake e gli strepitosi remix per gli Ovo); Flyng Stag rappresenta quindi, più che un ritorno alle origini, il riemergere di un fiume carsico. Questo per quel che riguarda l’inquadramento nella discografia del musicista. Venendo al disco, siamo al cospetto di un saggio di puro nerdismo metal, sette brani thrash alla maniera dei medi anni ’80 – con solo qualche puntata nel decennio successivo ma nessun cedimento a tendenze recenti – suonati da un duo basso-batteria che ripropone quasi tutti i cliché del genere, dai tempi sparati ai riff scolpiti nel granito. Non dubito che un tale disco possa dispiacere tanto agli appassionati del genere, per la formazione monca del basso e (forse) di una chitarra e una voce non sempre incisiva come i brani richiederebbero, quanto al pubblico avvezzo alle uscite più sperimentali di Brusaschetto, che solitamente tende a considerare il metal con compatimento se non proprio con disprezzo, ma è innegabile che fra le sette composizioni, tutte innervate di sano spirito slayeriano, spicchino brani di valore assoluto come Splattering Purple coi suoi inserti vocali death, l’alternanza fra mid-tempo e accelerazioni della lunga Like When It’s Raining Oustside e l’helmetiana Fanculo Mondo col suo bel riff spezzato. Qualche riga la meritano anche i testi, in inglese, dove il personale e il sociale si riflettono l’uno nell’altro con una profondità a cui siamo ormai poco avvezzi. Lavoro godibilissimo quindi, ma resta la domanda fondamentale: a che serve oggi un disco di questo tipo? Sgombrato il campo dall’idea che possa trattarsi di un banale divertissement, sono propenso a pensare che il senso di una simile operazione risieda nella volontà di immergersi in un suono puro, primordiale, legato a una condizione dell’anima più che a un’età. Un’esperienza rigenerante che può coinvolge anche l’ascoltatore capace di avvicinarsi alla musica senza preconcetti e vergogne. Se poi porterà qualcuno a riflettere anche su altro, ad esempio sull’influenza che il metal ha avuto e continua ad avere sugli artisti più disparati e il suo essere ancora oggi un salutare antidoto alla fighetteria dilagante  o a considerare il valore di una musica che, a conti fatti, è certamente meno spocciosa e più interclassista di quanto non si mai stato, tanto per dirne uno, il punk… beh, allora anche meglio. A noi Flying Stag fa muovere la capoccia e incendia l’anima e tanto ci basta.

 

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