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Daimon – S/T (Metzger Therapie, 2016)

Daimon è il nome che prende l’incontro fra la chitarra elettrica di Paolo Monti (The Star Pillow), le macchine elettroniche di Simon Balestrazzi (Dream Weapon Ritual) e le voci di Nicola Quiriconi (VipCancro), un incontro che mette a confronto generazioni e ambiti musicali distanti ma che evidentemente lo sono solo in apparenza o che – nella personalità dei tre artisti – non hanno problemi a ridurre le distanze. Per chi è pratico della musica dei due strumentisti il disco sembrerà di primo acchito denunciare chiaramente la mano che ha composto ciascuna traccia ma è una certezza che gli ascolti ripetuti lavano via: l’approfondimento confonde i piani e delle rispettive carriere soliste rimangono solo echi all’interno di un lavoro dotato di una sua autonomia. Proprio la mancanza di gerarchie sembra essere l’asse portante del disco e si riflette anche sugli strumenti utilizzati: sono pochi ma ognuno secondo le proprie caratteristiche apporta un pari contributo alla realizzazione dell’opera. I campioni vocali (spesso di bambini dal sapore hauntologico)  intervengono raramente ma ricorrendo in più brani costituiscono un trait d’union per la prima mezz’ora del disco, decisamente la più felice e creativa. Altre volte chitarra ed elettronica si dividono la scena come nel caso di A Call, dove l’una subentra all’altra nel creare un lungo drone che trascina voci, piccoli disturbi elettronici e cigolii attraverso uno scenario incerto e nebbioso, che stenta a fissarsi in una visione chiara. In He’s Seeing You lo stacco è invece piuttosto netto fra una prima parte lirica e tremolante e una seconda più cupa industriale, mentre Take The Telescope And Go, con le voci mediamente più intellegibili e suoni e campionamenti disposti in profondità lungo le distese di un ambient sognante, apre a una possibile narrazione. I due brani finali sono oiù lineari e meno intriganti: Almost Blind è una tagliente scheggia post-industriale conficcata nel corpo del disco che emette stridori metallici, frequenze disturbate e bordoni pulsanti, By The Basment tenta di riportare l’opera sulle rotaie di un ambient onirico ma non del tutto capace di staccarsi dalle cupezze del brano precedente. Daimon non ci dice nulla di particolarmente nuovo e non tutto è ancora perfettamente a fuoco, ma è un disco estremamente vivo; ancora adesso, mentre lo riascolto in cuffia rileggendo queste righe, sento che alcune cose nella mia percezione sono già mutate, ma è inutile provare a riscrivere: per dischi del genere una parola definitiva non esiste e dal vivo, dove alla musica si uniscono i video, il discorso promette di farsi ancora più complesso ed intrigante.

 

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