Colony Open Air Day 2 – Pala Brescia 22-23/07/2017 (Brescia)

Ci vuole un po’ di tempo per recuperare le energie in vista di un secondo giorno che si preannuncia impegnativo tanto quanto il primo, giungiamo così al Pala Brescia quando tutte le band italiche in programma (Kaiserreich, Deceptionist, Ulvedharr e Hideous Divinity), con l’esclusione degli Antropofagus, si sono già esibite; dei genovesi ci becchiamo solo il finale, ma è comunque una bella botta. A darci il benvenuto nel senso pieno del termine sono dunque i maltesi Beheaded col loro death apocalittico: nulla di particolarmente originale ma tutto ben fatto e suonato come si deve, un buon riscaldamento. Anche se sul palco i pezzi grossi devono ancora arrivare già nel tardo pomeriggio appare chiaro che il pubblico, dopo il buon risultato del primo giorno, quest’oggi non sia numericamente quello che un evento di questo tipo meriterebbe, osservazione che spinge alle più amare considerazioni cheColony OA day2 Carach Angren possono essere affogate nell’alcol delle ottime birre proposte dal bar (non la solita sciacquatura di fusti che spesso i festival propinano) o sommerse dalle tonnellate di decibel che riversano gli amplificatori. Scegliamo la seconda via e ci prepariamo per i Carach Angren, dall’Olanda, che riportano alto il vessillo del black, per quanto sui generis. La formazione è insolita, con le tastiere che sostituiscono il basso nel compito di legare batteria e chitarra, così come è particolare la presenza scenica del gruppo, soprattutto grazie al dinamismo del cantante Seregor che trasforma lo show, almeno visivamente, in una specie di Rocky Horror Picture Show virato gothic/black. Nonostante il ruolo di primo piano delle tastiere il suono rimane abbastanza ruvido, senza eccessi sinfonici alla Creadle Of Filth: alla fine un po’ di noia affiora ma nel complesso un’esibizione piacevole. I texani Absu non hanno bisogno di presentazioni e tantomeno di conferme: già visti sul palco del Colony nel corso del tradizionale Black Winter Fest 2016 sono sempre una gioia per le orecchie più masochiste. Partono con Colony OA day2 Absuformazione a tre, senza frontman, ma il meglio lo danno quando il batterista/cantante Russley R. Givens alias Proscriptor McGovern (da recuperare il progetto a suo nome a base di industrial e cornamuse, di cui abbiamo un saggio durante una pausa del set) si fa sostituire dietro le pelli e guadagna il proscenio. È un personaggio notevole: microfono alla Ambra Angiolini che gli permette movenze da Karate Kid e look lacero ed attillato con fascia stretta sulla fronte che avrebbe funzionato tanto ne I Guerrieri Della Notte quanto in Flashdance, catalizza l’attenzione e aggiunge valore al black thrasheggiante che i suoi sodali – che prediligono invece il look cinghie e cuoio – macinano senza pietà. Pescano pezzi un po’ da tutta la discografia e sparano un set senza fronzoli che nei tre quarti d’ora a disposizione non ha cedimenti di sorta: non possiamo che inchinarci. Una delle questioni che aveva assillato gli organizzatori nei giorni precedenti l’evento era stato l’improvviso Colony OA day2 Mglaobbligo di far svolgere il festival al chiuso del Pala Brescia anziché nel parco antistante, come inizialmente previsto, location magari meno affascinante ma certo più confortevole, vista l’aria condizionata, in questa estate tropicale. Dal cambio credo che i Mgla abbiano tratto vantaggio: innanzitutto perché esibendosi poco dopo le 19 non avrebbero usufruito di quell’oscurità quanto mai consona alla loro proposta e soprattutto perché la divisa ufficiale – felpa col cappuccio e chiodo – sarebbe costata, all’aperto, la perdita di un paio di chili a testa e il rischio disidratazione. I polacchi sono probabilmente il gruppo più atteso della giornata: fanno testo la quantità di loro magliette indossate dai presenti e l’assalto subito dal banchetto del merchandising, che ben presto viene svuotato. L’attesa non andrà delusa. Tu chiamalo se vuoi post-black metal ma la loro musica dal vivo ha un impatto notevole, molto più che sulle pur buone uscite per Northern Heritage: le parti dilatate hanno più tiro, c’è più epica e un rigore nello stare sul palco che nulla concede al pubblico: non una posa, non una parola. Certamente fa tutto parte dell’immagine nichilista che hanno saputo costruirsi ma la performance – brani in maggioranza da Exercise In Futility e poi dal resto della loro produzione – è una Colony OA day2 Belphegorpura esaltazione dell’oscurità che convince e fa passare pienamente l’esame del live. Sicuramente hype ma altrettanto certamente non un bluff. Si torna sul classico con i salisburghesi Belphegor e per classico non intendo ovviamente Mozart: “classico” armamentario death/black metal con palco intasato da croci rovesciate, scheletri di caproni, face painting pesante e ferraglia da fare invidia anche alla più fornita carpenteria della zona (e da queste parti in materia non si scherza!). Un approccio massimalista che si riflette in una musica esagerata, forse il massimo livello di velocità e pesantezza combinate ascoltato in questi due giorni. Poco da dire, annichiliscono la platea e fanno bene il loro sporco mestiere. A chiudere la brigata di gruppi black ci pensano i corazzatissimi Marduk, anche loro già visti sul palco del Colony: nella terra della Beretta non possono che sentirsi a casa. La loro macchina bellica è rodatissima, forse anche troppo perché si ha la sensazione che a volte vadano un po’ col pilota automatico senza metterci l’anima ma contando su di un mestiere capace comunque di mantenerli ai vertici Colony OA day2 Mardukdella categoria. La regola è sempre comunque quella di non prendere prigionieri: fra blasfemie assortite (raccolte anche da un pubblico in questo assai ben disposto) ed esaltazione della guerra scorrono brani classici e altri più recenti sempre all’insegna di un black metal muscoloso dove la mimetica chitarra di Morgan la fa da padrona. Il pubblico evidentemente gradisce e nelle prime file si lascia andare a una sana pogata condita da qualche reciproca scorrettezza prontamente sedata. Guerra sopra e sotto il palco finché Panzer Division Marduk mette fine alle ostilità. E siamo così arrivati alla fine vera e propria. Avrebbero dovuto esserci i Morbid Angel a chiudere la prima edizione del Colony Open Air ma il quartetto di Tampa ha bidonato in modo indecoroso a pochi giorni dall’evento, una mancanza di serietà e professionalità che getta ulteriori ombre su una band che ormai si fa notare solo per questioni extramusicali come le imbarazzanti beghe da comari fra nuovi e vecchi membri. Tuttavia, a conferma dell’adagio secondo cui non tutti i mali vengono per nuocere, la seconda scelta è nettamente superiore alla prima e i sostituti portano lo storico nome di Carcass: giù il cappello per gli organizzatori. Il gruppo di Liverpool è tornato sulle scene da un po’ con un album assolutamente dignitoso ma forse più utile per trovare la scusa di calcare nuovamente un palco che non per arricchire il repertorio di una band che quello che doveva dire l’ha già detto egregiamente tempo fa. Nulla di male comunque, fin dalle prime note i quattro dimostrando di essere in formissima e che quella live è la loro dimensione ideale con un Jeff Walker che giganteggia (si fa pColony OA day2 carcasser dire…) sulla platea affiancato dalle asce di Bill Steer e Ben Ash. Il suono è a tratti più rock, gli assoli sembrano ancora più seventies (risentono forse dell’esperienza di Steer nei Firebird) ma la voce è quella che ben conosciamo – sa ancora strapparti la pelle dai muscoli – e la violenza della loro proposta ci arriva addosso immutata. La scaletta pesca un po’ in tutto il repertorio dall’ultimo lavoro (316L Grade Surgical Steel) al periodo classico (Corporal JigsoreQuandary, Incarnaed Solved Abuse) fino ad Heartwork (una veemente Keep On Rotting In The Free World) e lascia proprio al barocchismo grind/death di Heartwork il compito di chiudere degnamente le danze e due giorni che certamente non hanno deluso. Perché alla fine è questo quello che conta: al netto delle polemiche che hanno preceduto e qualche strascico che ha seguito il festival, dei casini burocratici, delle uscite da fighetti capricciosi di alcuni leoni da tastiera che in certi ambiti non ti aspetteresti e di tante parole al vento di chi dà aria alla bocca ma nelle occasioni che contano non si fa vedere, quello che di rimane negli occhi e nelle orecchie è l’immagine e il suono di un festival riuscito che per la qualità messa in scena ad ogni livello e per l’impegno profuso merita di avere un seguito. Che poi lo meriti “lo strano panorama musicale italiano” (perdonate l’autocitazione) è purtroppo tutto da dimostrare.

 

fotografie di Stefano Vella

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