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Clock DVA – 18/10/2014 Interzona (Verona)

Dopo la data saltata all’ultimo momento la scorsa primavera, finalmente si concretizza la possibilità di vedere i Clock DVA all’Interzona, data intermedia di un mini-tour italiano che ha già toccato Torino e si concluderà a Milano. L’occasione di assistere al concerto di un nome leggendario di quella che è stata una delle ultime avanguardie è allettante, sebbene il rischio sia che tutto si risolva in un puro e semplice revival.
Per quanto il gruppo di Sheffield abbia per lungo tempo saputo seguire e finanche anticipare alcune tendenze, l’accelerazione che il mondo ha subito negli ultimi anni ha portato la realtà ben oltre le loro più azzardate previsioni e le ultime uscite discografiche, nonostante i supporti insoliti, se non proprio rivoluzionari (una chiavetta USB…), sono musicalmente piuttosto conformi a quanto prodotto fra la fine degli ’80 e i primi ‘90. Di contro, l’Adi Newton saggista che avevamo incontrato nel libro che celebrava i 25 anni di attività della Minus Habens ci era apparso ancora attento e critico nei confronti del presente e questo può far ben clock_dva_interzona_2sperare. Staremo a vedere. Quel che è certo è che, almeno nella percezione del pubblico, le tendenze passatiste sembrano prevalere: nel locale che va piano piano riempiendosi al suono del primo album dei Sucide, la fanno da padrone gli abiti scuri e i visi attempati; con poca originalità aderisco perfettamente ad entrambe le tendenze. A discostarsene, almeno in parte, è la band: in questa nuova incarnazione i Clock DVA schierano, oltre allo storico leader, Maurizio TeZ Martinucci e Panagiotis Tomaras che sovrintende ai visual; i due, in tuta completamente bianca, si dispongono ai lati di Newton, occhiali fumé e tenuta candida anch’egli, ma a onor del vero più simile a un pigiama che a una divisa. Per lui il confronto con le immagini del passato è impietoso: più che un esponente della controcultura assomiglia a un redivivo Lucio Dalla. Discorso diverso vale per la musica: la scaletta è monopolizzata dai recenti Post Sign e Clock 2 con solo un paio di ripescaggi da Buried Dreams a solleticare gli istinti dei più nostalgici, ma davvero non si nota la differenza. L’iniziale The Konstruktor è di quest’anno, ma con le sue trame clock_dva_interzona_3sintetiche e la voce recitata potrebbe tranquillamente essere una B side di qualche singolo di Man-Amplified. Lo stile è quello, inconfondibile e fin dalle prime note appare chiaro che resistere è inutile: ci si trova immersi nella purezza del suono elettronico, con le immagini geometriche e lucenti proiettate sullo sfondo che accentuano ancora di più l’idea di trovarsi un mondo completamente digitale, con solo i tre uomini sul palco a testimoniare, o forse solo a farci credere, che non tutto sia in mano alle macchine. È quello che volevamo, inutile negarlo. Come ipnotizzati ondeggiamo scossi dalle ritmiche kraftwerkiane e qualcuno accenna addirittura a un passo di danza, sebbene la minimal techno venata di toni dark poco si presta al ballo e i momenti prossimi all’EBM siano rari. Nella successione di brani nuovi eppure con un che di familiare, riconosciamo, verso la metà, Sound Mirror (da Buried Dreams) seguita da una Kabaret 13 scura e straniante, forse il pezzo migliore della serata, tutto ritmiche irregolari e suoni che si sovrappongono senza mai trovare una stabilità: sembra poterci clock_dva_interzona_4risvegliarci dalla trance robotica che ci ha pervasi finora. È comunque solo un attimo e mentre alle geometri proiettate cominciano ad alternarsi immagini tratte da filmati d’epoca, con la figura del guru William Burroughs particolarmente presente, c’è ancora tempo per un paio di pezzi prima del consueto siparietto di discesa e risalita sul palco per i bis, che sono De-Konstructor, versione destrutturata ed estesa del pezzo d’apertura e The Hacker (Hacked), brano manifesto che davvero non poteva mancare. Poi le macchine tacciono e rientriamo nella realtà: siamo stati via un’oretta, ci è sembrato anche meno. Riportiamo con noi la consapevolezza che i  Clock DVA sono vivi: non più profeti di un mondo futuro, ma testimoni di un presente alternativo.

foto in homepage da Sull’Amaca Blog

 

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