Cigno – Morte E Pianto Rituale ( Autoprodotto, 2022)

L’attacco da subito il tono all’ambiente. Diego Cignitti suona veemente un pianoforte là, in fondo alla sala, annebbiato da quella che sembra essere vodka casalinga. OSSESSIONE grida, accompagnandosi ad una marcetta feroce ed ubriaca. Siamo in Colobraro, sullo sfondo un circo dei peggiori, corpi sudati e sculacciate, c’è un che di grave e malsano nell’aria.
Si avanza poi, nel torbido. I fumi diventano meno colorati, più tetri, saette di elettricità statica, cavi scoperti ed un dottore pazzo che biascica a ritmo. L’immaginario è quanto di più diretto possa avere un artista, colpendo di primo acchito l’ascoltatore. La musica di Cigno è cupa, ritmica, ossessiva e vera. Nessuna velleità, nessuna gioia, cassa dritta e chitarra come fosse un sordo decespugliatore. La circolarità dei brani ci trasporta in un triste dancefloor, una catena di montaggio del groove. Dietro a tutto la sofferenza di una società intera, a brancolare nelle retrovie, come fossero rumori di fondo, elementi di un tetro paesaggio. È un nero diverso da quello di Toni Bruna e del suo fuoco, qui sulle braci il potere ci piscia, con un ghigno sardonico. Mare Nero riecheggia a folate come le sue onde, i tamburi sono scudisciate sulla spiaggia e sulle schiene, stelle marine come vesciche. Il ritmo è onnipresente, meccanico e caldo, come un ingranaggio appena ingrassato, i declami teatrali e sloganistici in una triste meccanicità ripetitiva. È una rilettura antropologica sporca e greve, come un secchio di pece nel quale siano stati buttati gli strumenti di lavoro. Vi si può leggere più disperazione che tecnica, e tant’è. Ho scoperto Cigno ospite ad un programma di Gianluca Polverari, che non smetterò di ringraziare (non essendo la prima volte che mi regala queste chicche), lo saluto mentre intona a Kabul un’aria che non può che riportarci a Giovanni Lindo Ferretti. Che dire? Sogno un’industria totalitaria illuminata, dove orde di operai mesmerizzati dalle arie di Cigno si alzino a comando spezzando le redini al capitale ed intonando arie grevi, musica per paesaggi industriali devastati.

 

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