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Chris Brokaw – Gambler’s Ecstasy (Damnably, 2012)

Come accennato qualche recensione fa a proposito di Geoff Farina e altre vecchie glorie, la Damnably, in Europa, sta diventando una sorta di parco naturale, una riserva protetta dove nomi più o meno grossi e pionieri del passato del rock indipendente americano (inteso più come genere che come collocazione geografica) a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo, possano oggi trovare la giusta tranquillità per continuare a fare quello che loro riesce meglio, senza cadenze temporali precise e senza nessuna pretesa di reinventare qualcosa, rispetto magari ad altri progetti di più ampio richiamo a cui comunque gli stessi partecipano o continuano a partecipare.
Questa premessa, mi rendo conto, possiede un brutto sentore di stantio, manco parlassimo di dinosauri imbalsamati, quindi cerchiamo o proviamo ad aggiustare il tiro con Chris Brokaw, personaggio sicuramente poco appariscente, tanto che ricordo lo stupore quando realizzai in quanti e quali album che ho avuto per le mani ha suonato e/o collaborato. Già batterista dei Codeine e chitarrista dei Come (tanto per sparare subito i nomi più grossi e di culto, conosciuti ai più), lo vidi da solista in un paio di occasioni: una ad aprire i Two Dollar Guitar, l’altra ad aprire ai New Year (con cui attualmente suona la batteria). In entrambi i casi la performance è stata talmente sottotono da lasciare davvero poco margine per non perdersi in sbadigli in attesa del gruppo principale. Nonostante questo, e forse anche perchè in qualche modo apprezzo/avo il genere (categoria “dischi minori”: immaginarie outtakes dei primi R.E.M., come ricorda la press sheet), non potevo certo dirmi deluso dall’ultimo disco a suo nome, quell’Incredible Love, centrato sul placide melodie folk e risalente a ben 7 anni fa. Il seguito che abbiamo per le mani colpisce subito per melodie decisamente più elettriche e rock in queste dieci tracce, registrate tra il 2008 e il 2012 tra Chicago e Seattle: buona la prima con l’orecchiabilità dell’intro Criminals, ruggente nelle sue lente distorsioni chitarristiche e precedentemente inserita in una versione acustica nella release ad edizione limitata dal titolo The Boarder’s Door. Compagni di viaggio sono Doug McCombs al basso e John Herndon alla batteria (entrambi già nei Tortoise), per quello che a tutto tondo si può definire come un classico disco indie rock melodico di prima generazione e buona fattura, non così dissimile nel complesso dall’ultima uscita solista di Thurston Moore, ma con qualche sbadiglio di meno e qualche altro pezzo riuscito in più. Appetites è la traccia meno facile del disco, la più vicina ai Sonic Youth, dove un refrain ipnotico di quasi dieci minuti viene condotto dalla voce di Brokaw che ha dalla sua il fascino di non saper cantare. In Exemption riemergono le chitarre simmetriche dei fratelli Kadane in un piccolo gioiellino nato originariamente come brano strumentale. Il disco scorre che è un piacere tra canzoni fatte interamente da due accordi (Calfornia), sussulti rock scritti con la febbre (How To Listen) e onde chitarristiche in cui perdersi (Richard And Vanessa In The Box). Possiamo anche liquidare le uscite da solista di Brokaw come trascurabili o dispensabili (perlomeno rispetto a gruppi più di fama che fanno o facevano cose simili con maggior visibilità). La montagna ha partorito non uno ma tre topolini (contando Red Cities del 2001)? Sarebbe ingiusto e ingrato affermarlo. E comunque, se così fosse, ques’ultimo Gambler’s Ecstasy è indubbiamente una bella pantegana.

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