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Carlo Garof – Wheel (Setola Di Maiale, 2020)

Carlo Garof, percussionista e batterista, ha costruito la sua visione attraverso un metodo multidisciplinare che comprende un intenso approfondimento di elementi culturali, antropologici e scientifici, arricchendo il suono con una profonda dimensione riflessiva. Un percorso fatto di pratica intensa di diversi generi, dal free jazz all’improvvisazione, passando per l’avant-rock del suo trio Hollowbone, fino alla contemporanea, ma anche di studio sul campo per comprendere il significato vivo di alcune pratiche sonore.
Tutto questo è ben percepibile nella video performance di Wheel, opera di composizione istantanea che si ispira alla Ruota di Medicina della tradizione Sioux Lakota, antico simbolo di potenza e guarigione, usata come base per un racconto autobiografico. Suddivisa in quattro parti secondo gli altrettanti i punti cardinali, Wheel è un lavoro intimo che segue un percorso circolare da ovest a sud, nel quale ogni singolo momento è caratterizzato da differenti equipaggiamenti per descrivere altrettante tappe esistenziali, ognuna con una diversa coloritura visiva.
Se in parte la performance richiama le intuizioni di Ze’v e i trattamenti di F.M. Einheit, il musicista italiano mette in campo una modalità espressiva del tutto personale, interagendo in modo totale con il suono attraverso la corporeità. Una commistione di tecniche estese su sculture sonore ed elettronica (parti di synth modulari appositamente sviluppati da Giona Vinti a partire dalle idee di Garof) che creano una dialettica organica tra suono e movimento, trovando una propria timbrica originale attraverso una metodologia generativa.
Partendo dal buio del colore nero da cui nascono le derivazioni post industriali di risonanze metalliche ed elettronica colta (West), si arriva al rosso del coraggio e della resistenza, dove le sonorità tribali (un tamburo sospeso munito di catene e altri oggetti) collimano bordoni elettroacustici in continua oscillazione (Nord), la scena più coinvolgente del percorso; mentre la partitura mantrica di Est si carica di rimembranza e i ricordi tintinnano come i semi nelle ciotole mentre il lavorio percussivo ne approfondisce la memoria. Il quadro finale di Sud allude alla rigenerazione, a una nuova coscienza: una cruda session di batteria in parte autocostruita che esprime una gioiosa valenza risolutiva e un’ironia capace di osservare il caos con consapevolezza, trovando un punto di congiunzione vitale con esso.
Carlo Garof con questo lavoro solista mette a nudo la sua interiorità, si racconta nel modo più onesto possibile riuscendo realmente a coinvolgerci nella sua storia.

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