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Bugo + Il Genio – 25/10/08 Mojotic @ MEP (Sestri Levante – GE)

Per la prima volta mi muovo verso i lidi rivieraschi alla ricerca del MEP, che mi dicono essere un capannone, da qualche parte, non lontano dall'uscita dell'autostrada di Sestri Levante. Nuova realtà della nostra regione, la Liguria, con programmazione settimanale di nomi più o meno noti, prevalentemente italici. Pare prendere un po' il testimone di quelle storiche stagioni della Psycho a Genova, allarmantemente vacanti ancora oggi. E allora un'infilata di Subsonica, Baustelle, Bugo, Caparezza con l'highlight di Joan As A Policewoman a fine novembre. Da considerare, quindi, come un progetto che vorrebbe proporsi come nodo locale di un circuito nazionale di musica live e che inserisce Sestri Levante alla lista di località fuori mano, con tutto il rispetto parlando, dove si esibiscono nomi di un certo calibro; luoghi che rispondono al nome di Nonantola, Biella, Mezzago dove, evidentemente, il fattore ubicazione centrale non conta. Con i migliori auguri ci avventuriamo a cercare il lume di Bugo, scomparso dai nostri schermi da anni, e de Il Genio, che, invece, ci sono appena approdati.
Il GenioEd è così che arriviamo nel complesso industriale, dove ha trovato spazio questa balera/dancing/locale. Il primo impatto è quello che le cose siano state fatte in grande: security di quella seria, un po' di pubblico che si accalca già, costo del  biglietto in linea con gli standard nazionali. L'inizio promesso alle 2100, come prevedibile, è slittato di quasi due ore quando sale sul palco il "duo più caldo del momento", come dice Radio Deejay circa cinque volte al giorno da alcune settimane a questa parte.
Buona l'intesa tra i due ma troppo mono-tona la prima parte del live. Passano metà concerto, lui dietro ad un synth e lei col basso, a infilare brani che mischiano sensibilità sixties e miagolii vari. Il set si impenna nella seconda metà con lui alla chitarra: qualche problema tecnico e il curioso trucco di bombare la base del singolone, posto, ovviamente, quasi in chiusura, ottiene il risultato di sbilanciare completamente il concerto fino a farlo sembrare un qualcosa di distaccato: quasi una esibizione per Castrocaro alle undici del mattino sul terzo canale della Rai. Il live con basi, si sa, è quanto di più deprimente e svilente ci sia: zero smanettamenti e il gruppo sembra in playback anzichenò. Alcuni sospiri di lei sono addirittura campionati: grande scandalo! E si che non è che ci voglia una scienza a titillare le coscienze sporche dei convenuti. La vocina che sembra un doppiaggio di una gatta da cartone animato giapponese non si addice all'immagine della Contini, che col basso al collo sembra più una versione posh di una riot grrrl che la corrompente controparte ideale dei nostri sogni segreti. Citando per citare allora riesce di più il trick a Laetitia degli Stereolab, che seppur mai giocandoci a questi livelli, metteva sicuramente più a frutto le sue doti nel concentrare i peggio pensieri, col suo accento francese nascosto dietro un synth vintage. Il GenioAssolutamente da riconsiderare l'utilizzo delle basi in favore di un batterista vero, che non mi pareva esservi nulla di fondamentale, tranne gli arrangiamenti di archi dal gusto un po' alla Rondò Veneziano. Si capisce che questo live non è rodato a puntino e che i due sono stati un po' colpiti dal successo in-sperato del singolo Pop Porno, anche e soprattutto, dalla maniera in cui non interagiscono col pubblico. A gran voce si leva il solito che chiede dove sia il biliardo e, malamente, gli viene risposto che è lì, e che stecca e palle le detiene il musicista. Umorismo da caserma escluso, l'interazione non è delle migliori, sarebbe forse preferibile suonare di più e parlare di meno: viene quasi il dubbio che il palco rock non sia lo spazio adatto per questa musica. Forse un teatro con l'orchestra renderebbe meglio le melodie ariose, vagamente reminescenti di certi arrangiamenti anni sessanta da Fonoteca Rai: questo repechage di sonorità vintage vede ne I Cosi la controparte beat e ne Il Genio quella pop, figlia un po' del successo dei Baustelle e dello sdoganamento del naso all'insù dei Pulp, veri saccheggiati illustri in questo periodo. Possa piacere o meno, credo che su disco tutto scorra in maniera più disinvolta, ma questa broda a me non disgusta, anzi sazia. Sufficienza risicata sul palco ma, ehi, non si può avere tutto no?
Dopodichè Il Bugo.
E qui la situazione si fa pesa, perchè, dove Il Genio salta la dinamica indie per approdare direttamente ad un mainstream con una proposta interessante, il Bugatti ci mette del suo per toccare più mondi possibili: e, si sa, certi pianeti non vogliono proprio saperne di collidere…
Bugo Imberbe figlio di un outsider rock che lo vedeva come involontario epigone della tradizione italiana di storie minime e melodie semplici, pare ormai conquistato dalla stardomness che lo circonda. Persi per strada la morte sul palco, le chitarre acustiche scordate e molto colore (penso ancora a quando sul palco saliva il suo "maestro di chitarra" al basso) pare che il menestrello abbia imboccato un sentiero impervio: quello di sdoganarsi completamente e godere appieno del successo di nicchia perpetrato ai danni di ben più illustri colleghi. La condizione da investimento Major lo ha lasciato agire indisturbato per un po' di anni ma pare chiedere pegno quando si tratta di produzione (il dubbio lavoro di Stylophonic sul disco nuovo) o di gestione del palco (i tre pelati accompagnatori, manici da paura, a sostenerlo con un suono da arena). Scelte indiscutibili quando vuoi vendere un prodotto. E i ragazzi sul palco riescono decisamente a reggere la sfida senza sporcare troppo il pop in cui sguazza ormai Bugo. BugoNon piacciono i brani tra Grignani, Vasco e Battisti, meglio sono le poche avventure fuori dai confini del canonico, reminescenze dei freestyle del vecchio stile. Maestro nel costruire di nulla il niente intorno ad un'intuizione, non raggiunge mai vette compositive degne di nota, con testi che si basano sulla ripetizione della gag ad oltranza, arrivando a sfiorare in più di una occasione la poetica di Elio E Le Storie Tese più che quella del vate Hansen. Beck viene citato soprattutto nella dinamica del live, con più di un occasione in cui il lombardo smolla la chitarra, accordata ma quasi mai abusata, e smanetta con qualche diavoleria elettronica, un campionatore immagino, collegato al suo mac personale. Queste parti di pseudo noise synth hip hop sono vanificate dal gonfiore molesto dei suoni, che trasmettono al pubblico buone vibrazioni, ma che sono prese paro paro da un preset live di qualche Daft Punk di periferia. Il pubblico se lo gode e le ragazze ballano, scarpe eleganti da serata a Milano, volano sul palco. BugoBugo ha da ridire sul fatto che chi è lì per una canzone soltanto, Casalingo, non sa divertirsi e che il problema di tutti è che non sappiamo divertirci con quello che lui ci dona. Ora. Se prima il problema da sviscerare era se ci fosse o ci facesse (risposta appurata: ci fa), poi se fosse ancora indie o ormai mainstream (risposta appurata: ormai è mainstream), adesso la grande domanda è: la gente non si diverte per colpa propria o di chi sta sul palco?
Ma, soprattutto, Bugo, sei sicuro che la gente non si sia divertita?
Io mi sono divertito, ho passato una bella serata in un locale dove, incrociando le dita, spero di poter vedere qualche altro nome che, se non fosse stato a tre ore di macchina più benzina autostrada e biglietto, non mi era parso il caso di andare a supportare.

foto di Anna Positanohttp://www.theredbird.org

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