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Astral Brew – Red Soil (Macina Dischi, 2018)

Navigatori di lungo corso intrecciano le trame di questa sorta di concept spaziale a metà strada tra l’impro jazz colto e i cinematici arzigogoli degli Sdang. Pezzi strumentali e fluidi che si dipanano leggiadri lasciando spazio di volta in volta ai tre elementi principe: basso, sax e batteria. innegabile il richiamo all’intoccabile Bitches Brew che perlomeno su un piano formale, o per meglio dire emozionale, porta l’audience a quegli stessi miraggi estivi e rarefatti che prendono forma ogni volta che ascolto il capolavoro di Miles Davis. Il terzetto è formato da Riccardo Mazza al sax e alle keyboards (Orfanado e Ninos Du Brasil), Michele Dall’Arche al basso (A Flower Kollapsed) e Daniele De Vecchi alla batteria (Superlucertulas). Un’intesa particolare scorre tra i tre strumentisiti e rende pregiato e colto un lavoro che purtroppo potrebbe essere snobbato già soltanto per una provenienza indie trasversale. Invece è prezioso.

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