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Adamennon/Shiver – S/T (Diazepam, 2020)

Se, durante la successione di antichi e più recenti capodanni, dal 31 ottobre al 31 dicembre, la distanza fra i mondi si riduce fino quasi ad annullarsi, è necessario, a maggior ragione in un’epoca particolare come questa, una colonna sonora adatta: mi permetto di suggerirvi questo nastro, pubblicato non a caso il 2 novembre, che si candida a sottofondo ideale per gli strani cenoni di questa fine di 2020. Sul primo lato Adamennon: scordatevi quello occulto ma tutto sommato presentabile de Le Sette Porte Del Buio; qui trovate musica che, pur affine per ispirazione alla suddetta, riporta allo spirito del black metal degli albori attraverso un suono che erutta dai recessi più oscuri dell’anima e si spande come nebbia nera e sporca. Il tessuto sonoro – fatto di organo, chitarre, batteria e voce – si sgrana come le figure di una vecchia foto in bianco e nero, le melodie nascono e subito appassiscono, le composizioni sono fagocitate dal rumore. Sia che il ritmo si alzi, come capita talvolta nella pur funerea Ashes, sia che proceda sempre lentissimo, come in Endless Night, una coltre densa e opaca avvolge ogni suono e trasmette un ineluttabile sensazione di marcescenza. Sul lato opposto, Shiver costruisce, con cura artigianale, un inno alla solitudine combinando campioni di musica classica a field recording catturati su battigie deserte, in chiese e in bunker abbandonati. Ci troviamo al centro di uno spazio vuoto, che possiamo misurare attraverso il riverbero dei rumori e dei tonfi che risuonano di tanto in tanto; intorno a noi ruotano framenti di partiture orchestrali traslucide, melodie inafferrabili che, persa la loro originale funzione, ci attraversano come lame: siamo spettatori inermi  che rimirano luoghi spettrali. Le due metà del nastro si presentano come parti complementari di un’unica visione: l’uno non è l’opposto dell’altro, solo una diversa prospettiva, un differente sguardo sulla medesima realtà. Adamennon e Shiver non ci propongono dunque né una salvifica catarsi né una rassegnata accettazione dell’esistente, piuttosto un atto di cruda adesione al reale: ci aiutano a vivere meglio il peggio. Buon anno, ragazzi.

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