since 1997, our two cents on indie/punk/post/electronica and more...

Adamennon – Ades (Shove, 2015)

Riprende la marcia Adamennon. Dopo lo spilt con Altaj, che avevamo segnalato come percorso un po’ laterale, Ades è un passo necessario su un tracciato vecchio e nuovo allo stesso tempo: riprende certe sonorità di MMXII ma le ibrida con altre, più ritmate e sintetiche, che sembrano mutuate dalla collaborazione con Alessandro Parisi, con anche qualche incursione nella dark-ambient degli esordi.
È un viaggio che fin da subito appare di sola andata quello di Ades – non c’è bisogno di leggere gli eloquenti titoli dei brani per capirlo – eppure non è un viaggio inutile: è un ritorno a casa attuato attraverso una meditazione che tocca sia lo spirito che la carne e dalle prime battute alterna momenti di puro lirismo (Bentornato Nell’Ade, fra organi dark-prog e sinteticità di stampo carpenteriano) ad altri tesi cinicamente ad infliggere sofferenza all’ascoltatore (Qui Il Tempo Non Esiste, frequenze industrial ambient da far sanguinare le orecchie). Pur mantenendo la forma del concept album Ades non ha l’unitarietà stilistica di MMXII ma si serve di più registri, sperimentando linguaggi e stili comunicativi all’interno di un contesto che rimane comunque estremamente coerente, decisamente più comunicativo e diretto rispetto al criptico esoterismo del predecessore (oscurità che, beninteso, contribuiva a farne un capolavoro). Ma dubitare è d’obbligo visto la materia trattata e il curriculum del nostro: il tripudio di tastiere e batteria di È Molto Che Ti Aspettavamo non è forse una festa di benvenuto, così come Bentornato Nell’Ombra, col suo organo quasi sognante, finisce per non concede nulla a certo romanticismo darkeggiante e muore in una taiga di battiti freddi  e minimali. Dal punto di vista della poetica di Adamennon Ades è un altro passo in direzione dell’abisso che sempre più ci appare senza fondo, stilisticamente è un campionario che ha i punti di maggior interesse nei pezzi che sembrano gettare semi verso un futuro inevitabilmente oscuro: la tecnologia minimale ed espressionista di Tutto È L’Eterno Presente Di Tutto, le commistioni fra horror-prog e minimalismo anni ’80 delle già citate  Bentornato Nell’Ade e È Molto Che Ti Aspettavamo (la seconda in particolare meriterebbe una coreografia ad hoc), l’ambient disturbato de Il Nulla È L’Unica Certezza. E invece, ancora una volta, di certezze non ce ne sono: cosa vi aspettavate?

Tagged under: , , ,

Leave a Reply

Back to top