Parla Con Lei
Cominciamo con l'ultimo film del regista spagnolo Pedro Almodòvar.
La storia racconta di Benigno, un giovane infermiere feticista, che assiste con eccesso d'amore Alicia, una ballerina in coma dopo un incidente d'auto. L'infermiere, a lei completamente devoto, la veste, la spoglia, la massaggia, sceglie con cura gli abiti e le scarpe, parla di ogni futilità che lei non può ascoltare e la circonda di soprammobili e oggetti che lei non può vedere. Nella stessa clinica assistiamo alla vicenda parallela di Marco, un giornalista che assiste la sua compagna Lydia, una torera entrata anch'essa in coma dopo una tragica corrida. I due uomini innamorati si conosceranno e cercheranno di vivere accanto alle loro donne; anche se poi ognuno seguirà il suo destino.
Giunto al quattordicesimo lungometraggio, Pedro Almodòvar realizza il suo film più intenso e più complesso. Costruita secondo una struttura narrativa non lineare, la storia va e viene nel tempo e si intreccia con altre storie evocate dai personaggi; i flashback si incastrano in altri flashback e i balletti di Pina Bausch (che prima di questo film aveva recitato solo per Fellini) fungono da preludio e da chiusura per il racconto.
Come in Tutto Su Mia Madre, anche in questo film il regista spagnolo scava con cura nell'arte del melodramma, dove l'amore sullo schermo è tanto più coinvolgente quanto più insormontabile è l'ostacolo contro il quale si infrange. Parla Con Lei, infatti, è un film molto intenso e commovente, soprattutto nella seconda parte, e ricorda i drammoni popolari e narrativamente poco plausibili di Douglas Sirk (per intenderci quello di Magnifica Ossessione e Johnny Guitar). Comunque sia Almodòvar continua ad alimentare la sua personalissima poetica, raccontandoci le sue storie di amori impossibili, di patologie spietate e di solitudini inconfessabili, senza ricorrere più, però, a quella maschera del grottesco e della sociologia erotica che aveva contraddistinto le sue prime opere. Con Parla Con Lei, il visionario regista spagnolo ci parla della solitudine e della necessità di parlarsi in un mondo nel quale, ormai, si comunica sempre di meno.
L'idea che ha ispirato la storia del film deriva da un episodio realmente accaduto qualche anno fa in Romania, dove il guardiano di un obitorio violò il corpo di una ragazza bellissima. Ma la ragazza era affetta da un raro caso di catalessi e l'atto sessuale la riportò in vita. L'uomo finì in carcere, ma per la famiglia della ragazza fu un benefattore. Almodòvar ha commentato: "Come tutte le cose umane, un gesto esecrabile e punibile può diventare qualcosa di buono". In due parole la filosofia del suo cinema.
Paolo Zelati
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Monster's Ball
Una grande delusione è, invece, Monster's Ball - L'Ombra Della Vita, il film grazie al quale Halle Barry è riuscita a scippare il premio Oscar alla divina Nicole Kidman.
La storia è semplice: Hank e suo figlio lavorano nel braccio della morte di un penitenziario americano della Georgia. Dopo aver ammazzato un condannato a morte di colore, il ragazzo si uccide davanti ad Hank e al nonno (due razzisti misogini da far impallidire Adolf Hitler). Successivamente Hank (che ha lasciato il lavoro ed è diventato mite come un boyscout) incontra Leticia, una donna di colore, moglie dell'uomo giustiziato da Hank e che, nel frattempo, ha perso anche l'unico figlio, investito da una macchina. Superate le ovvie incomprensioni e difficoltà i due vivranno felici e contenti.
Un ritmo narrativo lento e sfilacciato, personaggi caratterizzati da uno sviluppo psicologico a dir poco implausibile e una trama funerea e didascalica (per la quale lo sceneggiatore si meriterebbe la patente pirandelliana di portaiella) fanno di Monster's Ball un film malriuscito e a tratti decisamente irritante.
Si salvano solo i primi venti minuti iniziali, nei quali il regista svizzero Marc Forster racconta, con uno sguardo sospeso ed irreale, l'esperienza di un'esecuzione capitale, guardata dal punto di vista dei carcerieri. Da segnalare, infine, alcune sequenze talmente insensate da sfociare nell'umorismo involontario: su tutte la scena in cui Halle Barry picchia suo figlio perchè non vuole dimagrire e la scena d'amore tra lei e Billy Bob Thorton nel finale del film.
Paolo Zelati
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Panic Room
Voglio parlarvi di questo thriller interpretato da Jodie Foster che, dopo aver sbancato i botteghini americani, è arrivato sugli schermi italiani.
La storia racconta di Meg Altman, una donna recentemente divorziata da un magnate dell'industria farmaceutica, che insieme alla figlia Sarah si trasferisce nella facoltosa dimora di un eccentrico miliardario da poco deceduto. In questa casa le due donne scoprono l'esistenza di una strana stanza denominata "Panic Room". Questo rifugio, progettato per difendersi da eventuali malintenzionati, è costituito da quattro muri di cemento armato, una linea telefonica interrata e indipendente da quella principale, un sistema di ventilazione autonomo e otto monitor che consentono di tenere sotto controllo tutto il resto dell'appartamento. La stanza è inoltre fornita di scorte alimentari, altri generi di prima necessità e dell'acqua corrente, in modo da poter resistere anche un mese in caso d'assedio prolungato. Una notte, tre criminali riescono ad entrare nella casa: si tratta di un giovane esaltato, di uno psicopatico e di un professionista dello scasso (interpretato dal bravo Forest Whittaker). Colte nel sonno, Meg e Sarah fanno appena in tempo a rinchiudersi nella Panic Room. Attraverso l'interfono Meg cerca di convincere gli intrusi a prendere quello che vogliono per poi lasciarle in pace. A questo punto sorge il problema sul quale si basa l'intero sviluppo narrativo, infatti quello che vogliono i malviventi si trova proprio nella Panic Room. Da questo momento Meg e Sarah si troveranno a dover respingere l'assedio, e, per farlo, potranno contare solo sulle proprie forze.
Ottimo thriller d'atmosfera, Panic Room gioca con le nostre paure primordiali, coinvolgendoci in una situazione altamente claustrofobica dalla quale è difficile rimanere distaccati. La consueta grande prova di recitazione di Jodie Foster e in questo caso anche di Kristen Stewart, facilita l'immedesimazione da parte dello spettatore, il quale trascorre quasi due ore in autentico stato d'assedio.
Il regista David Fincher si allontana dallo sperimentalismo visivo di Fight Club, per concentrarsi di più sulla concretezza della trama e sulla creazione della suspance. Il regista americano non rinuncia comunque al suo stile fluido e creativo, alternando uno splendido uso del piano sequenza a carrellate vorticose, realizzate con il computer e integrate grazie al montaggio invisibile. Da segnalare anche la bellissima fotografia di Darius Khondji e Corrad W. Hall, essenziale nel valorizzare le immagini di un film che si svolge quasi integralmente all'interno di un appartamento gigantesco, nel quale le uniche fonti luminose si riducono a delle pile elettriche, al neon della Panic Room e a qualche lampione della strada di fronte.
La sceneggiatura del film, scritta da David Koepp (quello di Mission Impossible), si basa sulla cronaca di questi ultimi anni, o meglio sulla "sindrome da rifugio" che è ritornata a colpire gli americani ricchi, come non succedeva dagli anni Cinquanta durante la Guerra Fredda. Infatti, da quando criminalità, terrorismo e rapimenti internazionali sono arrivati a dominare i notiziari americani, la Panic Room è diventata sempre più di moda. Pensate che, negli ultimi tempi, negli Stati Uniti le vendite di equipaggiamento spionistico e da difesa sono aumentate del 60%, trasformando la sicurezza e la sorveglianza in un'industria da cinque miliardi di dollari.
Paolo Zelati
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Amore A Prima Svista
Cambiamo ora decisamente genere, per parlare di Amore A Prima Svista, la divertente commedia sentimentale diretta dai fratelli Farrelly. Il film racconta la vicenda di Hal, un ragazzo superficiale e sessista che, pur essendo goffo e un po' bruttino, è ossessionato dalle ragazze bellissime e quindi è condannato ad essere sempre respinto. Un giorno Hal viene ipnotizzato dal guru televisivo Tony Robbins (che interpreta se stesso) il quale lo mette in condizione di vedere solo la bellezza interiore delle donne. In questo modo Hal finisce con l'innamorarsi di Rosemary, la figlia del suo capo ufficio, una ragazzona obesa di 140 chili ritenuta inguardabile da tutti. Per Hal questo non è un problema in quanto, ai suoi occhi, l'adorabile Rosemary appare con le leggiadre fattezze della più bella Gwyneth Paltrow vista fino ad oggi al cinema. Naturalmente i suoi amici lo credono pazzo o opportunista, ma dopo alcune avventure tragicomiche e sconvolgenti rivelazioni, la bizzarra coppia di innamorati andrà incontro ad un lieto fine.
Dopo aver parlato di ritardo mentale in Tutti Pazzi Per Mary e di schizofrenia in Io, Me E Irene, i fratelli Farrelly continuano a sviluppare alla loro maniera la tematica del diverso e della sua accettazione nella società; in questo caso si tratta dell'obesità, che negli Stati Uniti è una vera e propria piaga di massa. Costruito come una fiaba, Amore A Prima Svista non contiene quella dose di humor caustico e dissacrante che aveva caratterizzato i precedenti film della coppia di registi, i quali, forse, rimangono imbrigliati in qualche sentimentalismo di troppo. Comunque sia Amore A Prima Svista è un film divertente e reso interessante dalla comicità istintiva di Jack Black e dalla bellezza folgorante di Gwyneth Paltrow.
Paolo Zelati
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