The Vines - Highly Evolved (Capitol, 2002)
Dopo tutto il ragazzo di talento ne ha tanto: peccato che ne butti una gran parte nel cesso. Questo è sicuramente il commento migliore per definire la band australiana, ma soprattutto il suo leader, dopo aver ascoltato il loro primo album Highly Evolved e dopo aver assistito al loro concerto milanese al Rainbow.
Craig Nicholls, cantante, chitarrista ed autore di tutti i testi, è sicuramente uno dei personaggi più singolari della odierna scena musicale: i suoi attacchi isterici alternati a vere e proprie "dissolvenze" sul palco fanno sì che un concerto dei Vines sia una cosa veramente particolare. Le belle canzoni naturalmente non mancano, anche se nemmeno una nota di tutto l'album non ricorda qualcos'altro, ma il mix particolare di pezzi molto "Nirvana" alternati a ballate puramente "beatlesiane" rendono Highly Evolved un disco veramente piacevole, la cui prima parte sfiora addirittura l'ottimalità.
Il singolo Get Free, superpassato dalle radio inglesi e americane, mette in mostra tutte le qualità vocali del già citato Nicholls: riff semplici per canzoni a presa rapida come Otthathaway e la title track. Sunshinin' sembra uscita da quel Revolver che segnò la svolta psichedelica dei Fab Four di Liverpool, mentre Autumn Shade e Country Yard sono degne del miglior Paul McCartney.
Non manca nemmeno un riferimento ad un'altra grande passione del buon Craig: la cannabis; la reggaeggiante Factory è un vero tributo alle erbe, per così dire, "mariane".
Discorso a parte va fatto per la straordinaria Homesick, vero capolavoro dell'album: l'intro di piano che accompagna in crescendo la voce, finalmente pulita, di Nicholls fa di questo pezzo una delle migliori ballate degli ultimi anni.
Dopotutto i Vines non hanno inventato niente di nuovo, ma in un periodo in cui furoreggiano rappettari urlanti e ragazzette isteriche un disco di normalissimo e solidissimo rock come il loro diventa una piacevole scoperta. IL cantante é letteralmente un figo, ed é pure bravo; I The Vines sono il mio gruppo preferito ed é da più di un mese che cerco disperatamente materiale sul gruppo e soprattutto su Craig Nicholls ma non trovo nulla se non su internet!!! W CRAIG Rebecca beh, sono in parte daccordo quasi in tutto con Matteo Vecchi nella sua recensione, xò direi che anche la seconda parte di highly evolved è forse anche meglio della prima... a me personalmente le ultime 4 songs fanno impazzire. Comunque colgo l'occasione x dire che è nato il 1° sito italiano completamente dedicato alla band australiana, con tante sezioni interessanti, come discografia, biografia, testi, traduzioni, meanings (parecchie ancora da ultimare, ma manca poco) il link è http://thevinesitalia.interfree.it ciao a tutti !!! Damnation The Libertines - Up The Bracket (Rough Trade, 2002)
Non so a quanti di voi possa far venire in mente qualcosa il nome "Rough Trade". Non preoccupatevi, a meno che non siate vissuti per l'ultimo quarto di secolo all'ombra del Big Ben, il nome di questa storica etichetta inglese non dovrebbe dirvi molto. Comunque, conosciuta o no, sono ormai venticinque anni che questa casa discografica mantiene stoicamente la propria parte di mercato tra le grandi major lanciando gruppi storici come gli Smiths fino ad arrivare ai più recenti Strokes, passando per gruppi come gli inglesissimi Belle And Sebastian. Il primo disco dei Libertines (dopo che a loro si era interessata persino la Food, l'etichetta dei Blur) può dunque contare su una solida e rinomata casa discografica e sullo zampino del mai dimenticato Mick Jones (insieme a Joe Strummer vera anima dei Clash), che ha prodotto l'opera prima di questi quattro ragazzi londinesi.
Up The Bracket è un disco sporco, confuso, quasi datato e, proprio per questo, bellissimo. Scordatevi di vederlo in qualche charts di una qualunque Mtv o rumenta simile, abituatevi a sentire canzoni come la title track o Boys In The Band suonate dalle grezzissime band che animano i locali di Totthenam Court Road o Camden Town a Londra.
Trentasei minuti di album che passano più velocemente di quanto possiate immaginare; si va dalla quasi ballabile Vertigo alla tiratissima I Get Along, canzone inclusa nel singolo di cui fa parte anche la meravigliosa Mayday, inspiegabilmente rimasta fuori dall'album. La mano di Mick Jones si sente soprattutto nella parte centrale del CD con Time For Heroes, in aggiunta alle già citate Up The Bracket e Boys In The Band, che sembrano uscite da London Calling. Radio America è un'insolita parentesi acustica in un disco dove i due chitarristi Pete Doherty e Carl Barat non tolgono mai il piede dal "pedale". Death On The Stairs è forse l'unica canzone che lascia un sapore moderno in un disco che sa tanto di quei fatidici anni '70 che tanto sembra abbiano influenzato molte delle bands del nuovo millennio (Strokes in testa).
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