PJ Harvey - Fano, 16/07/01
Il 16 luglio a Fano si è svolto il concerto di Polly Jean Harvey nell'ambito del festival "Il violino e la selce", organizzato da Franco Battiato. La rockeuse inglese, seconda "Musa" dopo Alanis Morissette scelta per rappresentare la musica contemporanea al femminile (con il suo "pop-progressive", come ha affermato con audacia e fantasia Battiato), ha presentato al folto pubblico fanese (circa 2500 persone) il suo ultimo lavoro, Stories From The City, Stories From The Sea.
Per la verità, inizialmente, l'idea di assistere all'esecuzione degli ultimi pezzi, mi lasciava un po' "freddina": per quanto si tratti indubbiamente di un album di rock newyorkese elegante e ben confezionato, rimpiango i tempi di Rid Of Me, in cui una PJ Harvey bruttina e meno "glamour", era capace di dar vita ad una musica grezza e viscerale, i cui testi, poetici e spiazzanti, scavavano negli intimi recessi della psiche femminile. Se però si è disposti ad inserire questo ultimo album nel quadro dell'evoluzione umana e musicale di un'artista sensibile e intelligente, bisogna riconoscere che, nonostante una certa "impersonalità" e convenzionalità, si tratta comunque di un buon lavoro.
Ed è con questo stato d'animo un po' "crepuscolare" che l'altra sera mi accingevo a prendere posto, con la fragile speranza che Polly ci potesse concedere anche l'esecuzione di qualche vecchio capolavoro. All'improvviso, mentre cercavo di liberare il campo visivo da un inopportuno lampione, ho sentito un boato tra il pubblico: "Polly!"
L'esile figura, bianca come il latte, concedeva ben poco all'immaginazione, vestita di pelle nera con una succinta minigonna e un paio di stivali dai tacchi vertiginosi che lasciavano scoperte sottili gambe adolescenziali; sulle spalle, un bolerino d'oro laminato. Con licenza parlando: una figa. Accanto a lei, quattro musicisti più che rispettabili, tra cui lo storico batterista Rob Ellis e una florida chitarrista con le zeppe leopardate più alte che io abbia mai visto! Mancava però il mitico bassista dei Bad Seeds, Mick Harvey, che la accompagnava nell'ultimo album.
Il concerto si è aperto nell'entusiasmo generale, dovuto per lo più all'abbigliamento di Polly, con Big Exit, primo pezzo del nuovo album, abbastanza carico, soprattutto in questa versione live, seguito dal primo singolo tratto dall'album, Good Fortune che tanto ricorda la Patti Smith di Wave (di cui, abbastanza inspiegabilmente, PJ Harvey rinnega l'influenza: "Patti Smith, chi era costei?"). Dopo questo secondo pezzo c'è stata la graditissima ripresa di Hair dal primo album Dry, in cui la cantante ha saputo dar prova delle sue qualità vocali nei falsetti finali.
Finalmente, dopo tanti gorgheggi, PJ si è decisa ad imbracciare la chitarra (per la verità, numerose chitarre!); e lì, come si suol dire, la aspettavo un po' al varco. Volevo capire se la ragazza fosse solo un'abile "canterina" o se, come ho letto da qualche parte, ci sapesse fare sul serio. E in effetti devo ammettere che l'inglesina ha dimostrato una certa padronanza del suo strumento, esibendosi anche da sola in Rid Of Me, con il quale, insieme a Man-Size, si è riconquistata tutta la mia stima e devozione.
Tra un cambio di chitarra e un altro, PJ ha anche presentato dal penultimo album Is This Desire? The Sky Lit Up e Angelene, quest'ultima di grande atmosfera, eseguita da lei sola con la chitarra, illuminata da un fascio di luce, mentre il resto del palco rimaneva nell'oscurità.
Il pezzo però oggettivamente più riuscito, credo sia stato Down By The Water, in cui la sensuale Polly ballava tenendo il tempo con i suoi tacchi a spillo e agitando nell'aria le maracas durante il famoso ritornello "Little fish, big fish, swimming in the water…". Da To Bring You My Love è stata eseguita anche una bella versione elettrica di C'mon Billy; mentre del nuovo album PJ ha cantato One Line, This Is Love, oltre a The Whores Hustle And The Hustlers Whore e Kamikaze, due pezzi "cattivi" che però dal vivo mi sono sembrati un po' sotto tono rispetto a come me li ero immaginati ascoltando l'album. Poi Horses In My Dreams, il lento dell'album, suggestivo ma forse troppo lungo. Naturalmente, mancando la voce dell'osannatissimo Thom Yorke, PJ ha preferito non cimentarsi in This Mess We're In.
Il concerto si è concluso, nonostante le grida di incoraggiamento del pubblico che aspirava ad un "tris", con una canzone a me sconosciuta, credo inedita, durante la quale ho potuto soltanto ammirare una malinconica Polly che ci accarezzava con la sua bella voce, miscuglio di luci e di ombre, per gli ultimi istanti.
Olivia
PJ Harvey - Is This Desire? (Polygram, 1998)
Is This Desire? Ovvero come azzeccare un album e non sbagliare manco una canzone. Per mia personale esperienza, trovare un disco di cui non si butterebbe via nemmeno una traccia di questi tempi è tutto grasso che cola; Is This Desire? invece è bello dall'inizio alla fine, tanto più che miss Harvey non cantava mica così bene qualche tempo fà! Lo stile, pur essendo sempre inconfondibilmente il suo, si è arricchito di sfaccettature (l'elettronica per esempio) che un paio di anni or sono nessuno si sarebbe immaginato.
Dalla prima Angeline si capiscono già molte cose, soprattutto l'atmosfera dolcelanguidatriste ma anche consapevole e raffinatamente incazzata (dear god life ain't kind...) che esplode nella seconda,bellissima, The Sky Lit Up; meravigliosa segue The Wind dove Polly si concede, con grande gusto, vibrafoni archi e suoni campionati, questi ultimi molto presenti in tutto l'album, dallo stridore di My Beautiful Leah alla visione liquida (under the water?) di Tear My Heart Out. Chi la avvicinava, almeno per comunione di intenti, a Nick Cave, troverà in The River una buona conferma alle sue tesi, soprattutto per l'atmosfera creata da questa canzone dai toni sommessamente epici.
Ed il veleno della splendida Catherine si scioglierà come una maledizione di miele sotto i vostri raffinati palati.
Fo
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