Deleted - Untitled For Now (Ouzel, 2001)
Francoise e Christophe Petchanatz, la coppia francese che da sedici anni percorre i migliori sottoboschi della musica francese con i deliziosi Klimperei, si fa viva con un altro monicker e un altro progetto. Se i Klimperei ci regalano sinfonie giocattolo lontane dal tempo, sbucate da un mondo parallelo, i Deleted sono un tentativo di ricreare la musica terrestre da parte di quello stesso mondo. Il mood generale è colmo d'ironia, grottesco e malinconico: in generale osserviamo versioni sardoniche e oscure di chissà quali catrami anni '80 (Empty Rooms, l'eccezionale To Be Mad) assieme ad autistiche filastrocche elettropop (Elisabeth, We Jump So High) condite da schegge di indefinibile e personalissimo songwriting (Song For Ee, Neue Mensch) che ricordano vagamente nell'anima i Tuxedomoon, senza contare il dolcissimo cantautorato di Weeks o la grottesca barzelletta di Americano Voituretto. Il vero capolavoro del disco è però la cover del classico Kraftwerk The Model. Questa è una delle sorprendenti situazioni in cui l'originale e la cover sembrano invertirsi irrimediabilmente. Una dolcissima chitarra acustica, sottili tastiere romantiche sostenute dalla ritmica pigra e sognante distillano dal pezzo originale quanta bellezza possibile, trasfigurandolo. Indimenticabile.
I Deleted hanno un patrimonio di influenze immenso ma digerito con tanta parsimonia e intelletto che ciò che sorprende nel maelmstrom di Untitled For Now è la perfetta coerenza. I Deleted hanno il sigillo del genio: uno stile perfettamente riconoscibile con cui suonano ottime canzoni del tutto diverse tra loro. Senz'altro la migliore uscita della piccola - e sempre migliore - Ouzel, e un disco che può aggiudicarsi la poco ambita palma di "più sottovalutato del 2001". Non aspettate di riscoprirli, o, peggio, di dimenticarli. (4) Vincent Gallo - When (Warp, 2001)
Per qualche bislacca alchimia, musica e cinema camminano spesso vicini. Tocca all'attore Vincent Gallo spostarsi dallo scaffale delle videocassette a quello dei dischi, con un LP che non ha nulla di cinematografico. I dieci brani di When (su Warp, etichetta che continua ad ampliare le sue vedute) godono di una staticità e di una essenzialità negli arrangiamenti che farebbero sembrare pomposo anche Will Oldham. Esangui loops che arrancano tra microvariazioni (I Wrote This Song For The Girl Paris Hilton), scheletri di love songs dimenticati in un armadio (Honey Bunny, When), tentativi ambient in bassa fedeltà (Was) punteggiano il desolato panorama di questo disco, che sta in quel limbo periglioso tra il capolavoro e il disastro. Vincent Gallo ha sicuramente dell'ottimo talento , sporcato però di eccessiva autoindulgenza, che lo porta a imbarazzanti sbrodolate come la finale A Picture Of Her. Peccato, perché quando il nostro è in vena è in grado di scrivere gemme come Honey Bunny: voce moribonda, chitarra che disperata zoppica invano una irrecuperabile linea melodica, testo elementare: la canzone che i Palace - o Sparklehorse - avrebbero voluto scrivere. Ammaliati ma indecisi, aspettiamo che Gallo ci consegni una doverosa conferma. (3) Mercury Rev - All Is Dream (V2, 2001)
Sarebbe stato troppo attendersi un altro capolavoro dopo Deserter's Songs (uno degli album più incompresi degli anni '90): eppure i Mercury Rev ci sono riusciti, entrando con questo album nel rarefatto Olimpo dell'indie rock. All Is Dream è un altro tappeto volante, galleggiante sopra al tempo e allo spazio.
La cornice generale è la stessa del disco precedente: ballate oniriche, dilatate e malinconiose che si fanno qui del tutto serene e pacifiche, rilassano poco a poco ogni ansietà residua, sostenute dall'angelico falsetto di Jonathan Donahue. Gli arrangiamenti - immersi come sempre in una bizzarra e rarefatta atmosfera retrò - si irrobustiscono (si noti l'inedita magnificenza orchestrale di The Dark Is Rising) ma miracolosamente non si perde nulla in fluidità e naturalezza. Ciò che manca, se vogliamo, è un'altra canzone leggendaria come Holes o Chasing A Bee , ma la rara dolcezza del songwriting di Donahue è sempre eccezionale. All Is Dream non ha momenti inutili, il che di questi tempi non è poco. Ogni attimo è un gioiello, un leggerissimo obiettivo aperto su un mondo bucolico, dove nulla cambia e nulla nuoce, dove i sogni sono il nostro sostegno. (4) Jim O'Rourke - Eureka (Domino, 1999)
Parlare della musica degli ultimi cinque-dieci anni significa parlare di Jim O'Rourke, che tiriate in ballo Gastr Del Sol, Fennesz, Flying Luttenbachers o i Sonic Youth. Persona permalosetta, a quanto pare (cfr.la recensione di Halfway To A Threeway su www.pitchforkmedia.com, o anche l'ultima intervista a Blow Up), ma di rara apertura mentale, il paffuto chitarrista d'avanguardia ha da qualche anno deciso di misurarsi con il pop, la forma più immediata (e, proprio per questo, più ardua) dello scibile musicale.
Eureka è emblematico dei problemi che un musicista colto ha nel ricostruire dal suo punto di vista la genuinità di un qualsiasi giro di Do. L'incedere complessivo del disco è brillante (se non presuntuoso) ma impacciato, barcollando tra gioiellini e cadute di tono, salvate spesso solo dal tocco magico del chicagoano. L'iniziale Prelude To 110 Or 220/Women Of The World, forse il primo omaggio completamente pop al minimalismo americano, è un manifesto del talento di Jim O'Rourke: trasfigurare un indolente, trascurato giro di chitarra ripetuto per quasi nove minuti (!) in un crescendo scintillante e festoso che non solo non annoia, ma entusiasma. Questo piccolo miracolo non si ripete sempre in seguito. Le spensierate Something Big o Ghost Ship In A Storm non riescono ad essere convincenti, indecise tra una forzosa leggerezza pop e fin troppo insistenti richiami ora avant, ora morriconiani, ora exotici. Non è un caso che i pezzi più riusciti dell'album siano i meno legati alla forma canzone (comunque stravolta anche negli altri), ovvero quelli in cui probabilmente O'Rourke sente meno imbrigliata la propria creatività: Through The Night Softly è un delizioso jazz da piano bar cinematografico che tramuta brevemente in una carnevalesca marcetta, per concludersi sul filo dell'ironia; in Please Patronize Our Sponsors O'Rourke cita nientemeno che i Penguin Cafè Orchestra con una delle più splendide controversie per pianoforte, tromba e violoncello mai sentite (potete tranquillamente scambiare questo minuto e mezzo con tutta la discografia dei Rachel's senza pentirvene). Questo momento (breve, troppo breve) è veramente la gloria dell'album.
Eureka non è un brutto disco, soprattutto grazie all'eccezionale buon gusto e al brio di O'Rourke: mostra la corda, inesorabilmente, in quanto esercizio intellettuale e formale.
(2) Jim O'Rourke - Halfway To A Threeway EP (Domino, 1999)
Eureka era un esercizio formale. Discreto, molto curato, più genialoide che geniale, quasi mai trascinante o entusiasmante. Un esercizio appunto. Ma Jim O'Rourke non può non stupirci: questo mini di quattro pezzi ne è la dimostrazione meravigliosa. Si abbandonano gli eclettici orpelli orchestrali di Eureka e si va a imbracciare chitarra, basso e batteria. Il sentiero è quello che parte da casa Slint, deviato però verso quella totale, placida serenità che contraddistingue l'immaginario melodico del tuttofare chicagoano. Dallo scalciare ritmico e sfuggente di Fuzzy Sun a The Workplace, ballata indolente e tiepida, fino alla confidenziale ninna-nanna Halfway To A Threeway, assolutamente disarmante nella sua semplicità, siamo finalmente davanti a (quasi) vere canzoni, istantanee liquide ed ispirate, solari e notturne nello stesso tempo, lievi e meravigliose come farfalle. I barocchismi pop-exotica di Eureka distano anni luce. Halfway To A Threeway è un sottile e calibratissimo monumento di equilibrio tra trepidazione interiore e intelligenza strumentale. Per consegnare Jim O'Rourke alla storia basterebbero i sette minuti della strumentale Not Sport, Marital Art. Sette minuti in cui la chitarra di Jim O'Rourke si innalza e, armata di freschezza raffinatissima, percorre l'intero spettro dell'emozione. Mai il post rock è stato capace di mirare così precisamente al cuore. Not Sport, Marital Art è il canto del cigno del genere, ne é il superamento e la trasfigurazione. Halfway To A Threeway sia lezione a chi ha le orecchie impastoiate in marchingegni neo-prog sterili e soffocanti. (4) Jim O'Rourke - Insignificance (Domino, 2001)
Il percorso di Jim O'Rourke attraverso le forme musicali del pop è giunto al traguardo. Quello di O'Rourke è stato un cammino di complessiva riconciliazione con la forma pop, dalla quale si è distaccato nella sua carriera di musicista avant, che è tornato a gestire come produttore e (ora) a comporre come musicista. Insignificance è il simbolo e il compimento di questa ricerca. Il distacco, l'ironia, il sarcasmo metalinguistico di Jim O'Rourke sono sempre largamente evidenti (il finale inatteso, bruscamente rumoristico del disco; le trombette clownesche che concludono All Downhill From Here, il tenero tributo ai 70's in Therefore I Am) ma non c'è più nulla dell'opulenta supponenza di un Eureka. C'è, forse per la prima volta, un vero songwriting, per quanto obliquo e contaminato (da dove viene una canzone come Insignificance, tanto semplice, deliziosa e irresistibile quanto estranea e indecifrabile?). A volte potrebbe apparire un disco fin troppo normale, rassicurante, insignificante appunto, ma proprio in quel momento l'ascoltatore viene sbilanciato, condotto altrove e condotto a riflettere sul significato di ciò che sta ascoltando. In questo, Insignificance è un disco sul rock. Ma (lungi dall'essere un'operazione puramente intellettuale à là Residents) è anche un disco rock assolutamente fruibile, ascoltabile e interpretabile come tale (e in questo sta la sua riuscita). Jim O'Rourke probabilmente non passerà alla storia per i suoi dischi quanto per la sua attività di agitatore e perno della scena rock americana. In questo contesto, Insignificance non si guadagna l'eternità per la qualità delle sue canzoni (in questo senso il capolavoro di O'Rourke rimane Halfway To A Threeway), ma come uno degli omaggi più acuti, gentili e sentiti alla forma musicale forse più importante del secolo passato. (3) |