Low - Bologna, 14/12/2002

Mi viene in mente la slow motion finale in Zabrinskie Point, di Michelangelo Antonioni. Un frigorifero salta in aria al rallentatore: cosce di pollo, verdure, vasellami danzano nell’aria, su colonna sonora dei Pink Floyd; mobili saltano, dinamitati sull’azzurro del cielo; e la casa sulla montagna, affacciata sulle depressioni del punto più basso d’America, va in frantumi.
Quando in un paradossale silenzio - senza rumori al banco né fumo di sigarette, perché la band ha chiesto che nessuno fumi - i Low intonano meravigliosamente, nel buio, una cover del repertorio Pink Floyd, la mia mente associa inevitabilmente le due slow motion di marca pinkfloydiana. Una cinematografica, l’altra musicale. Scrive Roberto Canella su Blow Up (n.53, 2002), a proposito di Long Division, secondo album dei Low: “appena sotto la superficie della quiete della musica, scorre un’insospettabile carica di tensione, disagio e rumore. In Long Division tutto è sì sotto controllo, ma è un equilibrio fragilissimo, basterebbe un niente per saltare in aria”.
In effetti, sin dall’apertura, con Amazing Grace, Candy Girl, Tonight, tratte dall’ultimo LP Trust, si capisce che il concerto si muoverà in punta di piedi, come danzando sui carboni ardenti. Destando continuamente vertigini, sensazioni di caduta. Sembrerà di dover piombare, da un momento all’altro, dentro voragini rumorose, sfoghi elettrici, di marca Velvet Underground - quasi che la misura della canzone fosse sempre sul punto di disfarsi, di disperdersi in lontane derive. Eppure non avviene mai rottura, mai catarsi: all’apice della tensione i tre si fermano e ritornano a dilatare i ritmi, a sussurrare: così dal silenzio, sul passo lento e felpato delle ritmiche naif di Mimi Parker (rullante, tamburo basso e piatto suonati a due mani, cantando) spiccano le parole, se possibile ancora più nitide e incisive che negli album. E le tematiche della band di Duluth si riverberano in tanti paesaggi interiori: l’amore, la devozione religiosa, la frustrazione (In The Drugs, John Prine), divengono istantanee, immagini dell’anima, da affiancare l’una all’altra, a comporre un puzzle inaspettatamente composito.
Questo concerto affascina pure chi non conosce il repertorio, perché il silenzio, fra le parole ed i suoni, permette di riflettere, di emozionarsi, di seguire l’addizione ed il dialogo fra gli strumenti. Le voci, cristalline, si intrecciano sulla trama chitarristica, intessuta con grande asciuttezza stilistica su accordatura aperta, con un basso essenziale a scandire - a tratti con passo marziale, a tratti con molta delicatezza - la catatonia avanzante. E la modestia, la noncuranza quasi, con cui gemme tanto splendenti sono snocciolate, sbalordisce l’accomandita zazzeruta dei rocchettari.
Il repertorio è tratto quasi del tutto dagli ultimi tre album: Secret Name, Things We Lost In The Fire e Trust. Come ho già detto, alle delicatezze di Sunflower, Laser Beam, In The Drugs, alla grazia siderale di Tonight, alla giocosità di La La La Song, si alternano gli episodi più elettrici (fra i quali Canada, che suona molto vicina a certe cose degli Yo La Tengo). Stagliandosi su uno sfondo monocromatico - al massimo sfumato da tenui variazioni di nuance, da minime evoluzioni di suono – giganteggiano così le sagome parossistiche di Candy Girl, John Prine, il formidabile crescendo di I Am The Lamb; con geometrico rigore, ponendo in atto un’irresistibile tensione elettrica. Per il bis il breve ed epico folk elettrico di The Last Snowstorm Of The Year, a richiesta la formidabile, struggente Over The Ocean (da The Curtain Hits The Cast), ed infine Will The Night; per spiegare di che si tratta, Alan Sparhawk sussurra, ironicamente: “Questa è una canzone sull’amore. Sapete, no? Baciarsi, eccetera…”. Per chi non avesse ancora capito…

Alberto Muffato


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