Santa Maradona
Ritmo. Una caratteristica che a tanti film italiani manca desolatamente....
Manca a tanti titoli straosannati, straleccati, straconvinti di ritrarre i
panorami emotivi di una generazione...
Muccino per esempio, tra una premiazione e l'altra, dovrebbe darsi un'attenta
occhiata a Santa Maradona, e prendere qualche veloce appunto. Veloce come
l'incedere dei titoli di testa dell'esordio di Marco Ponti, mixati alla
canzone che ne suggerisce il titolo ed alle magie calcistiche di Dieguito,
pių che un campione un simbolo, di passione e talento, di testardaggine e
autolesionismo, ma soprattutto di ribellione. Se Maradona si ribella allle
regole del business calcistico, il protagonista del film si ribella al
business della vita...o almeno ci prova. Andrea (Stefano Accorsi) passa con
disillusa frenesia da un colloquio di lavoro all'altro, da una storia d'amore
all'altra, da una partita della Juve all'altra...
Si trova in quel limbo che scorre tra il conseguimento della laurea (in
lettere, quindi carta da culo per le aziende), e l'ingresso nella gabbia
dorata del lavoro, e vive questo limbo insieme all'amico-filosofo del cuore
Bart (uno spassosissimo Libero Di Rienzo), che con le sue pillole di cinica
burloneria impreziosisce una sceneggiatura che non cade mai nel banale, e che
soprattutto non ha momenti morti.
Andrea nuota veloce ed incasinato tra la flora e la fauna torinese, e ad un
certo punto incontra l'amore...l'amore che ha il volto diafano di Dolores (una
splendida Anita Caprioli), un personaggio femminile con molteplici ed
altrettanto incasinate sfacettature, che lo rendono oltremodo interessante.
Il ritmo, le battute di Bart, il corpo di Dolores, la sua dolcezza, il
divertito disincanto di Andrea ed un'ora e mezza che passa velocissima, con
qualche virtuosismo di regia sparso in modo sapiente... Per questi motivi
potreste spendere i tredici sacchi del biglietto...
Mmmh...ed anche per un'interessante colonna sonora, firmata dai Motel
Connection, il progetto parallelo del cantante dei Subsonica.
Francesco Tomei
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Il Diario Di Bridget Jones
Bridget č ingenua, evidentemente sovrappeso ed estremamente emotiva.
Bridget fuma come un camino, beve come un pesce ed č perennemente zitella.
Bridget č la protagonista di un romanzo che ha sbancato il mercato inglese, e
sparato sotto i riflettori la (ex) sconosciuta
Helen Fielding, che con lei ha offerto un gustosissimo ritratto della
"singletudine" femminile.
Bridget ha ora anche un volto, e sta tutto qui il segreto del film, o se
volete, il suo punto di forza, perchč il broncio paffuto e delicato di Renče
Zellweger č il motore di tutta la pellicola. L'attrice (lanciata da Jerry
Maguire) offre una fantastica prova, aderendo allo spirito che permea il il
libro, l'impossibile ricerca dell'amore ideale, perchč prima ci sono troppi
conti da regolare con sč stessi.
Questi conti sono per Bridget l'immagine estetica perennemente inadeguata, la
cronica incapacitā ad esprimersi in pubblico senza creare danni, ed una
famiglia buffa e problematica, con una madre oca-soprammobile che vuole
piazzarla a tutti costi con un uomo "perbene" e finisce per fuggire con un
venditore di gioielli che "da vicino sembra color prugna". Due uomini
incarnano l'universo maschile della protagonista: Daniel (un esilarante Hugh
Grant), bastardo, sessualmente geniale e sentimentalmente impotente, e Mark,
snob, leccato e sinceramente (?) infatuato di Bridget, che sul suo diario,
tra le sigarette fumate e i chili acquistati, annota odi e amori per i
due...
Il cast funziona a meraviglia, grazie anche alle performances dei comprimari,
da mamma a papā Jones, passando per l'amico gay e l'amica sensualmente
scurrile, che farciscono le serate alcoliche e malinconiche di Bridget con
improbabili "ripieni" (riferimento alimentare non casuale) di consigli su
come controllare meglio la propria vita.
Sharon Maguire dirige nel complesso bene e con discreto ritmo, ma manca
qualche suo tocco, qualche lampo: cast e romanzo avrebbero meritato forse
qualcosa in pių.
La colonna sonora č un appetitoso mix di soul e r'n'b anni '70, la maggior
parte (of course) interpretata da voci femminili.
Francesco Tomei
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