The Cure - Wild Mood Swings (Fiction, 1996)

A che punto della carriera dei cure molti fans hanno cominciato a sospettare che Robert Smith si stesse rincoglionendo? Wish? Un pò di maniera ma buono. Bloodflowers? No troppo tardi, è cominciato tutto nel 1996 all'epoca cioè di Wild Mood Swings, il disco che avrebbe poi rivelato il segreto per fare fiasco nelle vendite e non piacere nemmeno ai seguaci più ciechi. Doveva essere infatti il ritorno dei Cure alla pazzia, alla fantasia di Kiss Me Kiss Me o The Top e invece è il loro sbarco nella piatta superficialità. A parte la prima traccia e l'ultima la voce di Smith si spegne qui e là su arrangiamenti inespressivi e melodie senza mordente e spesso irritanti. Basta pensare a Club America (gli U2 ma anche peggio) oppure a Trap (rockettino), Round Round Round (il nulla x 3), Numb (fiacchissima) etc etc... Gli sbalzi di umore del titolo ci sono ma a mio avviso sono tutti dell'ascoltatore che attraversa lo stato del deluso, poi quello dell'incazzato, poi l'incredulo quindi la felicità alla fine del disco. Bare, l'ultima traccia, sembra infatti riavvicinare Robert Smith alle sue ambizioni soliste e inevitabilmente a Nick Drake per la delicatezza.
Ma i Cure sono soprattutto un gruppo dai grandi b-side, molto spesso migliori di quasi tutte le tracce degli album d'origine (basta pensare a This Twilight Garden da Wish). Forse è per la minor pressione all'atto del comporre, ma la solita situazione si ripete di nuovo anche per questo tremendo Wild Mood Swings. Le traccie incluse nei mini-cd di Mint Car e The 13 oscillano tra il blu brillante e il rosa e riescono a trasmettere la felicità alla Boys Don't Cry (A Pink Dream) ed una cosciente tristezza trentenne. I testi sono diretti e senza metafore, e soprattutto in Ocean e Home appoggiandosi alle chitarre leggere e agli archi, diventano commoventi, veri. "Come puoi permettere che la mia speranza diventi disperazione? Come puoi smettere di fingere?".

Luca

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The Cure - Bloodflowers (Fiction, 2000)

Non so a chi posso ormai fregare dopo un anno ma a mio intempestivo parere Bloodflowers è un buon disco. Ho letto parecchie recensioni via internet e sembra andar di moda dire che i gruppi non sono più gli stessi che è tutto un mondo di Litfiba che ci sono dei deja-vu imbarazzanti etc etc... Per non restare nel vago gli scopiazzamenti ci sono e sono esattamente due ovvero un arpeggio di The Loudest Sound (da un solo di Burn) e tutta la struttura e il solo di Where The Birds Always Sing (da A Chain Of Flowers). Peraltro questi sono i due pezzi più inutili del disco e si possono tranquillamente evitare. Certamente è un disco conservatore, ben lontano dalla fantasia di The Top ad esempio, ma secondo me onesto e sincero basta vedere i testi di 39 o di The Last Day Of Summer. Per chi volesse sapere una risposta definitiva sullo stato ispirativo di Smith non credo che quest'album possa rassicurare in pieno o gettare in laghi di lacrime di sconforto ma è certamente un disco caldo, appassionato con due grandi pezzi (Out Of This World e Watching Me Fall) uno amaro e luminoso anche se con un solo elementare (The Last Day Of Summer) e un capolavoro assoluto che mi sembra davvero strano che il recensore non abbia notato. La title track è per complessità di struttura, fragilità e bellezza, il pezzo più importante dai tempi di Disintegration con un accoppiamento solo-batteria nel mezzo semplicemente da tagliarsi i polsi. Di questo pezzo sono sorpreso e orgoglioso e aggiunge una stella in più al voto finale. Non vado oltre le tre comunque, perchè se la fine e l'inizio (prime e ultime due canzoni) sono molto consistenti la parte centrale mi sembra un pò velletaria.

Luca

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