Sonic Youth - NYC Ghost & Flowers (Geffen, 2000)
Questo album segna la definitiva consacrazione del genere musicale inventato dai Sonic Youth: l'art-rock, intendendo con ciò il frutto di un processo di maturazione musicale, che ha portato i quattro coraggiosi sperimentatori americani dalle atmosfere cupe e ossessive dei primi lavori ai più alti livelli di rarefazione, sia nella musica sia nei contenuti, già con lo scorso album, A Thousand Leaves.
Forse il solo gruppo underground americano che non ha ceduto a compromessi, che ha portato avanti imperterrito la sua poetica di difficile accesso, i Sonic Youth sono riusciti con la loro musica non solo a mettere in crisi il rock tradizionale, ma, cosa ben più ardua, a proporne un efficace superamento, arricchito nei contenuti dagli influssi della cultura beat e calato nel clima culturale della Grande Mela.
Per capire il "mood" di questo album, è sufficiente dare un'occhiata al booklet: i testi delle canzoni sono affiancati da fotografie di grattacieli, un'immagine della mitica Patti Smith, esperimenti pittorici che strizzano l'occhio a J.M. Basquiat, il dedicatario di una delle canzoni, e da una spirale firmata D.A. Levy che potrebbe essere considerata il "correlativo oggettivo" di NYC Ghost & Flowers: il ritmo è plurimo, scende a gorgo fino a toccare punti estremamente vivi e sensibili, poi risale e si espande in giri sempre più larghi, in tese traiettorie orbitali. Nei suoi grovigli arrovellati di segni riesce a imprigionare il movimento, come le chitarre dei Sonic Youth imprigionano i confusi, ansiosi itinerari della gente nel labirinto della metropoli.
Il primo brano, Free City Rhymes, intro concettuale dell'album, è una splendida visione aurorale della città tra luci e fantasmi in cui la voce di Thurston Moore entra quasi di soppiatto, come per non disturbare la delicata cornice sonora creata dall'accavallarsi e dall' incrociarsi delle chitarre. Il pezzo più accattivante e "pop" è Nevermind (What Was It Anyway), cantilena seducente e ossessiva in cui l'enigmatica Kim Gordon non rinuncia a patrocinare la causa femminista, ma con ironia: "Boys go to Jupiter to get more stupider, girls go to Mars, become rock stars". Il brano che preferisco, insieme alla title-track, è forse Small Flowers Crack Concrete, che nel tono recitativo di Thurston Moore e nei contenuti risente dell'influsso dello scrittore beat William Burroughs, con cui i Sonic Youth hanno anche collaborato in precedenza. Tuttavia, nella seconda parte il ritmo cresce e le voci sovrapposte di Moore e signora si muovono tra le chitarre in crescendo finché non si ritorna alla quiete del recitativo, passando attraverso un tratto "noise". Dopo Side2side, cantata da Kim Gordon, che, nelle percussioni martellanti di William Winant ricorda vagamente le atmosfere di Bad Moon Rising, e il post-punk "futurista" di StreamXsonik Subway che ricrea le rapide percezioni di un tragitto in metropolitana, si approda alla title-track, capolavoro indiscusso dell'album. Sospensione angosciante intrisa di malinconia: una morte annunciata per telefono nel cuore della notte, l'impotenza, la frustrazione, l'amarezza resi nella perfetta corresponsione tra le parole cantate da Lee Ranaldo e la musica, in un crescendo drammatico che giunge al parossismo: la voce tace per lasciare spazio al frastuono continuo, violento e assordante delle chitarre.
Questo album rassicura chi, come me, si preoccupava che i Sonic Youth, dopo i quattro sperimentali (il quinto di Kim Gordon ed Ikue Mori non era ancora uscito), si accanissero in un tipo di sperimentazione per certi aspetti interessante ma certe volte un po' troppo fine a se stessa. E ci si chiede quale sarà la prossima mossa.
Olivia
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