Bob Mould - S/T (Creation, 1996)

L'ultimo disco solista di Bob Mould è forse anche il più triste, poiché fotografa in maniera più diretta dei precedenti un'anima in pena, costantemente inquieta e tormentata, un uomo dalla personalità estremamente complessa, ormai stanco e scoraggiato, lasciato solo con i suoi pensieri e con la sua musica, necessaria valvola di sfogo, unica via d'uscita. Fa tutto da solo, Bob, e non può che dedicare a se stesso il proprio lavoro: "This one is for me" scrive, tra rabbia ed orgoglio, nelle note interne al booklet. Come al solito, la sua musica è lo specchio fedele della sua anima, ed anche stavolta la sua voce è sofferta e bellissima, le parole toccanti e le emozioni profonde: Anymore Time Between - che apre l'album - è decisamente cupa ed ispirata; Fort Knox, King Solomon è una perfetta pop song solare e sognante, in stile Sugar; come pure coinvolgente è Egoverride, basata su di una chitarra tronfia e distorta, e splendide Next Time That You Leave e la conclusiva Roll Over And Die, piccoli capolavori di drammaticità che suscitano facilmente sincera commozione. Perché allora il disco non convince al 100%? Semplicemente perché non tutti i brani sono all'altezza di quelli citati, ed in tali casi il vecchio Bob non fa altro che riproporci chitarre già sentite e ripetitive, dall'effetto ben diverso rispetto a quello - esplosivo - degli Sugar; e le sue idee pessimistiche nette e decise - che certo almeno in parte approviamo - sulla crisi dell'arte e sul defunto rock alternativo non bastano a sorreggere canzoni che paiono difettare di un qualche elemento, forse pure sminuite da un suono che talvolta sa di plastica, di prodotto preconfezionato. Probabilmente è l'ispirazione che va scemando, e se così fosse sarebbe meglio accontentarsi della grande musica che il nostro ci ha regalato nel corso delle esperienze Husker Du e Sugar; ma non mi sento di distruggere questo disco, e non perché me ne manchi il coraggio: soltanto perché, comunque, alcune canzoni qui contenute sono migliori di quelle di molte altre bands oggigiorno acclamate come "alternative", ed infine semplicemente perché - come da note interne - Bob Mould is Bob Mould, e, qua e là, ancora si sente.

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Bob Mould - The Last Dog And Pony Show (Creation, 1998)

A due anni di distanza dall'album omonimo ritorna il caro vecchio Bob, ancora da solo (lo accompagna soltanto un batterista), ancora con nuova energia e nuove idee e riflessioni, al solito intelligenti e stimolanti. Al contrario di ciò che mi aspettavo, però, sforna un disco che ricalca più o meno il precedente, basato sul suo classico guitar-playing potente e grintoso, ma ormai stanco e standardizzato; un disco ricolmo di chitarre vigorose, e povero di ballate, che furono in più casi un punto di forza del nostro. Il problema che si ripropone è sempre lo stesso: se confrontato con un album qualsiasi dei suoi vecchi Sugar, non si nota alcun cambiamento o evoluzione, anzi si può registrare un peggioramento dal punto di vista creativo. I testi sono come sempre molto belli, personalissimi (a volte tanto intimi da risultare imbarazzanti - …non fraintendete, però!), ma è la musica a non convincere appieno: ad un primo ascolto i brani si assomigliano quasi tutti, e sempre più spesso pare di ascoltare passaggi ed accordi già sentiti e strasentiti, che fanno evidentemente parte del repertorio Sugar. Così, la prima triste impressione è che il fragore chitarristico serva – ma non voglio crederci – a nascondere la mancanza di idee originali e innovative. Eppure poi…eppure, ascoltando per bene ogni singola canzone, ci si rende conto della straordinaria e profonda intensità di New #1 (dolorosa, sentita canzone d'amore, forse il brano migliore), delle straripanti emozioni che scaturiscono da Moving Trucks (specie nel finale), della splendida drammaticità di Skintrade , ed infine – bisogna ammetterlo – del trascinante Sugar-sound offerto in Taking Everything, Classifieds e Sweet Serene. Cosa non va l'ho già spiegato; in più va aggiunto che Who Was Around? poteva essere una splendida ballad ed è invece rovinata da chitarrone insulse, mentre del tutto evitabile era quella specie di squallido “esperimento rap” (suppongo ironico) che prende il nome di Megamanic, con il quale si rischia di toccare il fondo. Come sempre, i fans compreranno questo disco senza pensarci su due volte (proprio come il sottoscritto!…), e non posso biasimarli; agli altri non posso far altro che far notare come chitarre e melodie qui tendano pericolosamente a somigliare a quelle dei più noti Goo Goo Dolls, e consiglio quindi di cercare altrove (sostanzialmente negli Husker Du) il genio creativo di questo artista dall'importanza fondamentale. E' un peccato che Bob abbia un po' perduto la sua strada, e che oggi ci costringa ad ascoltare un disco di certo non brutto, anzi di piacevole ascolto, ma che non sa offrire molto più degli altri – caratteristica, questa, non certo consona ad un personaggio come lui. Vorrei che potesse rendersene conto.

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