Mogwai - Bologna, 06/12/01

Si sono affezionati all'Emilia i cinque ragazzi di Glasgow, che dopo le date al Vox di Nonantola in maggio e l'apparizione all'Indipendent Day Festival, fanno ritorno a Bologna, per una data che raduna all'Estragon una nutrita schiera di fan e curiosi, tanto che alle 22.30, quando la band sale sul palco, non ci si riesce più a muovere. Come al solito il loro ingresso on-stage è quanto di meno appariscente ci si possa attendere: accordano gli strumenti, provano i microfoni e chiedono qualche aggiustamento alla crew tecnica al loro seguito, sfoggiando le divise della loro squadra del cuore (Celtic Glasgow) e, particolare più sfizioso, presentando un cambio di formazione alla batteria. Proprio il (momentaneamente, suppongo) nuovo drummer rappresenterà l'unica nota un po' dolente dello show, dimostrando scarso amalgama con gli altri Mogwai e difettando in grinta e potenza (lo si nota soprattutto nei pezzi più lunghi, Martin Bullochs li rende più "violenti"). Ma veniamo alla scaletta: si apre con il primo pezzo dell'ultimo 33 Rock Action (un flop per molti, a me piace sempre più), che scalda l'atmosfera con il suo incedere frammentato e malinconico, e che apre una mezz'ora decisamente memorabile, con la band che spara in faccia ad un pubblico sempre più coinvolto il meglio del proprio repertorio. Quando attaccano Mogwai Fear Satan, comincio a sciogliermi nelle giuggiole, anche perchè la canzone (chiusura del mitico Young Team) dura sì qualche minuto in meno rispetto alla versione del disco, ma presenta un arrangiamento live che rimane fedele ai folgoranti cambi di tempo che la rendono celebre tra i fans, presentando nel contempo un taglio più pesante delle chitarre. Segue la splendida Ex-Cowboy (alla fine saranno solo tre i pezzi estratti da Come On Die Young), che fonde al meglio l'anima violenta e quella malinconica, ovvero i due motori che spingono questa stella "post-rockeggiante" che sono i Mogwai. A completare la parte più memorabile del live-set arrivano anche l'aggressiva You Don't Know Jesus (dall'ultimo) e la sognante Yes, I'm A Long Way From Home (il primo episodio di Young Team); mancava solo Tracy per stendermi definitivamente... Il concerto scorre via tra gli assoli della lead-guitar Stuart (tanti) e le sue parole (decisamente poche), i primi punta di un'iceberg che è quanto di meglio la Gran Bretagna abbia sfornato in questi ultimi anni. Rock Action viene suonato praticamente tutto (alla fine manca all'appello un solo pezzo), ma la sua novità più consistente (il cantato, per la prima volta decisamente presente), ha poche possibilità di essere messa in mostra, data la penosa regolazione dei microfoni, che costringono il leader Stuart a lamentarsi in diverse circostanze. Arrivano così i bis, quasi interamente fagocitati da una devastante suite di venticinque minuti, inedita su disco, dal titolo My Father My King, che non lascia prigionieri tra il pubblico: li annienta tutti, con un incedere poderosamente maestoso che ricorda i Black Sabbath (alla decima potenza, però) e che sommerge anche un distorsissimo inserto vocale che tenta di accompagnarla. Effetto "feed-back" a chiudere il pezzo ed il concerto, con gli strumenti appoggiati agli ampli e il gruppo che se ne va senza salutare. Ops...c'è una seconda nota dolente, che trova conferma tra chi ha seguito più di uno show della band scozzese: i volumi delle casse sono volutamente innalzati al massimo livello, decisamente insostenibile per dei poveri timpani umani; già a metà concerto c'è un sacco di gente che si copre le martoriate orecchie, ma questo non intacca lo splendore dello show...

Francesco Tomei


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Chiariamo. Nel bene e nel male i Mogwai sono una delle poche band post-rock che comunica emozioni. Come tali non compaiono nelle principali storiografie del genere (troppo impegnate a fecondare artificialmente la sterilità incurabile di Tortoise e compagni). Come tali - al contrario di ciò che pensano i vari Scaruffi - sono stati probabilmente sottovalutati. Per questo mi rincresce così tanto consegnare ai non pochi detrattori dei Mogwai un'ulteriore freccia al loro arco. Che peccato. Le cose sembrano partire bene. Sine Wave, dall'ultimo Rock Action, è il pezzo iniziale. Splendido: la melodia - solenne, celeste, come sanno fare solo i Mogwai - trapassa lentamente attraverso un gigantesco e doloroso muro di distorsione degno di un Merzbow. Una crisalide che si schiude in un incendio. Grandi applausi, grande entusiasmo. Ma nei pezzi successivi - a parte rare eccezioni - l'incendio non accenna a fermarsi, la farfalla non solo non vola, ma muore lì. Anche i pezzi migliori vengono letteralmente massacrati da questa sconclusionata voglia di distorsione. Dov'è il gruppo raffinato, calibratissimo, cristallino che abbiamo conosciuto in questi anni? Chi pensano di stupire? Me no, e tantomeno il pubblico dell'Estragon (stracolmo), i cui applausi si fanno sempre più tiepidi man mano che ci si accorge che i Mogwai non creano alcun miracolo. Senza alcuna emozione suonano i loro dischi pari pari, con un bel po’ di rumore in più: tanto varrebbe ascoltare un CD portatile con dentro Come On Die Young mentre assistiamo a un concerto di power electronics. Feeling con il pubblico, zero. Non c'è altro da dire. Dopo quasi due ore, e una imbarazzante sbrodolata finale di venti minuti, usciamo. Rimane freddo, male alle gambe, un fastidioso tinnitus nelle orecchie. E poco altro.

Massimo


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