Moby - Play (Mute, 1999)

Richard Melville Hall, alias Moby, è un personaggio unico: musicista versatile, eclettico e passionale, ha fatto da sempre tutto ciò che voleva, imparando a suonare numerosi strumenti, ma nascendo artisticamente come dj autore di singoli di successo, specie per il popolo dei techno-rave (indimenticabili Go, del '91, e Feeling So Real del '94). Tale successo, proseguito nel tempo (è del '97 la fortunata versione del noto James Bond Theme), gli ha permesso ovviamente di avere ancora più libertà, spaziando come niente fosse dalla dance all'hard rock. "Per me il mondo non è in bianco e nero, ha molte sfumature. (…) la stampa non riesce mai a mettere insieme tutti i miei aspetti e rimane disorientata: (…) il punk-rocker, il musicista dance…Creerebbe troppa confusione unire il tutto" (Ain't A Magazine). Oggi Moby si lascia alle spalle la formidabile cover dei Mission Of Burma That's When I Reach For My Revolver, e ritorna al vecchio amore per la dance music. Per la verità è un disco che potrebbe essere bollato come leggero e poco impegnativo, ma l'idea di base è rimasta la stessa: "Mi interessa un suono che quando lo sento mi fa effetto, mi emoziona. Non mi frega se è speed metal o musica classica. Deve essere emozionante." E Play è senz'altro un lavoro ben fatto, che trascina e si lascia ballare, ma insieme emoziona ed incanta, grazie ad un omogeneo stile 'down-tempo' con campionamenti di registrazioni degli anni '20 e '30, o di dischi gospel. Non è musica da discoteca e non è rock. Non è niente. Solo ascoltando i diciotto brani che lo compongono si arriva a capire che è Bodyrock, ma al contempo anche Natural Blues… La parte del leone la fanno evidentemente i quattro singoli: le travolgenti Honey e Bodyrock, e le tristissime Why Does My Heart Feel So Bad? e Natural Blues, piccoli capolavori di dance malinconica, che, accompagnati da videoclip sempre azzeccati, hanno fatto conoscere Moby anche a chi ignorava fino ad oggi la sua esistenza. Parole chiave: ritmo e malinconia, solo apparentemente contrapposte (basta già pensare a Portishead o Massive Attack per averne altri esempi), ed invece intelligentemente unite, nel nome di una sorta di filosofia di vita "positiva, nonostante tutto", per cui anche se Everything Is Wrong bisogna comunque andare avanti e vivere, agire, stare insieme… Anche se ripetitivo nella struttura di alcuni brani (la bellissima Find My Baby è un clone di Why Does My Heart…), l'album riserva diverse sorprese al di là dei singoli: la meravigliosa Porcelain, amaro rimpianto di un amore finito; la magica melodia di South Side; ed Everloving, semplice e splendida, una chitarra, un piano e un mugolio. Qua e là fanno la loro comparsa ricordi e suggestioni di Underworld e Chemical Brothers, altrove Moby sembra addirittura un Beck prestato al pop. Ritmo e pianoforte, ritmo e malinconia, ritmo ed emozioni: la ricetta è semplice ma perfetta. Moby sembra esprimersi in totale onestà, non c'è però da stupirsi del fatto che ricerchi anche il suo bel ritorno economico, che ci sarà senz'altro, dal momento che - tanto per cominciare - Porcelain è stata utilizzata per il film The Beach e Run On per lo spot tv della Renault Scénic. Sebbene tutto questo non mi piaccia affatto, al nostro vanno riconosciuti i suoi meriti. Moby non è un genio, ma Play ha tutte le carte in regola per fare il botto, essendo del tutto fruibile da diversi "palati" musicali. Per quel che mi riguarda, non mi stanco di riascoltarlo; forse anche perché, per quanto possa apparire studiato e calcolato nei minimi particolari, questo disco trasuda sincerità, esalta e commuove.

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