Microphones

Genova, 26 aprile 2000, Fitzcarraldo, concerto degli Old Time Relijun: Arrington De Dyonisio è seduto ad un tavolo a chiacchierare con un gruppetto di ragazzi, il contrabbassista Aaron Hartman vende CD e magliette ai fans, mentre tutto solo in disparte c’è Phil Elvrum che, con le mani in tasca e una maglietta degli Eric’s Trip addosso, fissa con sguardo alienato il muro. Mi avvicino a lui domandandogli se si sente stanco e lui mi risponde: “No, sento soltanto nostalgia di casa”. Phil è esattamente la persona che ti aspetti dopo aver ascoltato i dischi dei Microphones: un timido irrequieto che attraverso la musica mette a nudo i suoi sentimenti. Le sue canzoni sono dolci confessioni continuamente minacciate (e spesso sotterrate) dagli stratocumuli di feedback e dalle cannonate della batteria. Canzoni che rappresentano il riflusso su un’anima sensibile di emozioni poetiche che solo nella musica trovano la loro definizione espressiva. Phil é i Microphones, nel senso che fa tutto da solo. Suona organi, batterie, bassi, chitarre e, quando proprio non sa cosa fare, produce i dischi degli amici. La folta lista delle sue collaborazioni (oltre che agli Old Time Relijun, Phil presta la sua batteria anche ai D+ dell’ex-Beat Happening Bret Lunsford) non conferma di certo l’idea che ci si potrebbe fare di lui dopo aver visto l’immagine della copertina del secondo album, Dont’t Wake Me Up, che lo ritrae dormiente steso sopra un materasso. Un’immagine che però s’attaglia perfettamente alla sua arte e soprattutto a quella della generazione che ha trovato in Lou Barlow e nelle sue piccole sinfonie da camera da letto un punto di riferimento.
Tests, il primo disco, prodotto da Steve Fisk al Dub Narcotic Studio di Olympia, conferma in pieno il carattere sperimentale già suggerito dal titolo. Tutto è incentrato sugli effetti di seduzione del suono e delle manipolazioni dei tape loops. Si tratta più che altro di un vero e proprio calderone di cocci sonori: raccolte di effetti di batteria (la title track), frammenti gratuiti (Feedback Leve e Tape Deck Ghost); marcette di basso fuzzy e batteria (Like A Piranha); strimpellate con sottofondo di macchine in transito (Anacortes Has Secret Leve); ballate infantili dei Beat Happening (Oh Anna); poppettini strambi e nulla di più (Witch Doctor); filastrocche per bambini tenute in piedi da qualche tastierina Casio da scuola elementare (Monsters); accozzaglie di suoni senza capo né coda con tanto di cacofonia finale (Quiet Groove) e irritanti nenie cantate in francese (Microphone PT2). Le narcolettiche Spy Cameras, Little Songs e Microphone PT1 promettono bene ma rimangono allo stadio larvale. Ascoltando la conclusiva Wires And Cords (un irritante ticchettio digitale di due minuti) ho pensato addirittura a un guasto del mio lettore. Un disco disorganico oltre misura, in grado di sfiancare anche i più avvezzi alle stramberie. Nessuno avrebbe potuto pronosticare il salto di qualità effettuato un anno più tardi con il successivo Don’t Wake Me Up. I primi due pezzi Ocean e Florida Beach rievocano i fasti delle migliori distorsioni melodiche di scuola Eric’s Trip; Here With Summer è l’intermezzo strumentale che i Folk Implosion non fanno più da anni; I’m Getting Cold è una breve marcetta d’organetto che si erge a stento sul frastuono; I’ll Be In The Air sarebbe un dolcissimo bozzetto pop se non fosse per l’interferenza di una chitarra a strati in stile My Bloody Valentine; Tonight There’ll Be Clouds, It Wouldn’t e You Were In The Air sono due deboli melodie racchiuse in scorze di feedback, mentre la conclusiva I Felt You sembra un'outtake del terzo album dei Sebadoh. Window è un collage remix dei pezzi di Don’t Wake Me Up con l’aggiunta di sei “scarti” che non hanno trovato posto nell’album e che tutto sommato si fanno ascoltare con piacere. Il terzo album, It Was Hot So We Stayed In The Water, non possiede lo stesso impatto del suo predecessore e suona davvero troppo fiacco per lasciare il segno. La sperimentazione in studio non è supportata stavolta da canzoni incisive. Tutto suona opaco e svogliato e purtroppo, a parte una bella cover di Sand (Eric’s Trip), il disco non offre nient’altro che mi invogli ad ascoltarlo nuovamente. Per fortuna l’intensità dei tempi migliori si ritrova in The Glow Pt.2, il disco dello scorso anno, balzato al primo posto nella classifica annuale dei migliori della ezine Pitchfork. Questa volta i pezzi sono tutti belli e fanno da perno a una compattezza sonora che si riscontra di rado nel piattume indie rock di questi ultimi anni. La scrittura del ragazzo è ormai completamente matura e il nome dei Microphones è andato a inserirsi di diritto nella lista dei migliori cantautori americani di oggi, quella con Songs: Ohia e Swearing At Motorists, per intenderci.
Quella che segue è l'intervista a Phil.


Sodapop: È strano pensare a te come al batterista degli Old Time Relijun e allo stesso tempo al cantautore nei Microphones. La musica è così differente... Come fanno queste due anime a convivere?
Phil: Suonare la batteria negli Old Time Relijun è dove soltanto il mio lato selvaggio viene fuori; Microphones invece è dove viene fuori ogni singola parte di me stesso, dal tenero al selvaggio perché riguarda soltanto me. Gli Old Time Relijun sono tre anime, i Microphones una.
S: Puoi farci una piccola storia dei Microphones? Con quale musica sei cresciuto?
P: Mio padre e i suoi amici suonavano sempre musica folk sul divano e c’era sempre della musica nell’aria in casa; di tutti i tipi: Jimi Hendrix, Beach Boys, Run DMC, Woody Guthrie, qualsiasi cosa. C’era della gente che suonava nei boschi vicino al lago e io di notte li potevo ascoltare attraverso l’acqua. Ho vissuto in una foresta e spesso sentivo il suono distante di una sirena da nebbia nelle notti nebbiose. Puoi sempre sentirlo.
S: Quando ci siamo incontrati a Genova tu indossavi una t-shirt degli Eric’s Trip e nell’album precedente hai pure fatto una cover di un loro pezzo (Sand). Quali altri artisti hanno influenzato il tuo modo di comporre e suonare?
P: The Pounding Serfs, Karl Blau, Gravel, Mirah, Golden Shoulders.
S: Da noi in Europa si fa sempre un gran parlare della K Records. Sembra che ci sia un forte senso di comunità nella scena musicale di Olympia che ruota intorno all’etichetta. È tutto vero?
P: Non sarei riuscito a fare i miei dischi se non fossi vissuto vicino a questa gente grandiosa. Tutti mi hanno aiutato in maniera differente. Lo studio di registrazione esiste grazie all’affetto che Calvin Johnson ha per la comunità. È un lavoro di gruppo che alla fine risulta come un esperimento solitario.
S: È vero che il primo concerto a cui tu hai assistito sono stati i Beat Happening nel cortile di casa tua?
P: È vero. I miei genitori erano amici dei loro amici, ma all’epoca non mi piacevano neanche. Il primo concerto a cui sono andato per scelta è stato M.C. Hammer a Vancouver.
S: Che musica ascolti nel tuo tempo libero?
P: Ho un vecchio furgoncino che non ha la radio. Mi piace molto fare dei lunghi viaggi senza ascoltare nulla. Questo mi permette di sentire tutta la musica del mondo e cantarci insieme. Avrò un migliaio di dischi ma spesso non ho voglia di ascoltare nulla.
S: È incredibile come il suono della tua musica riesca ad illustrare i tuoi sentimenti. Hai qualche teoria particolare sullo scrivere e comporre una canzone?
P: Io credo che nell’arte la cosa più importante sia illustrare i sentimenti, che sia la musica o qualsiasi altra forma. Ci sono parecchi modi di arrivare ai sentimenti, molti attrezzi da utilizzare e anche molti stati d’animo. Per prima cosa, ho bisogno di vivere la mia vita in un modo che mi permetta di sentire le cose. Poi potrò esprimerle.
S: Ci sarà mai la possibilità di vederti in Italia come Microphones?
P: Sì, a settembre.
S: Ultima domanda: quale disco vorresti che fosse suonato al tuo funerale?
P: Ne stavo parlando proprio stamattina con una mia amica; lei mi ha fatto vedere la sua rubrica e mi ha detto quali persone chiamare quando sarà morta. Lei vorrebbe essere seppellita vicino ad un albero di mele. Io invece vorrei essere lasciato sulla cima di una montagna rocciosa dove dei grandi uccelli mi mangeranno per un po’ per poi volare via. Quello sarà il mio funerale. Ci sarà una puzza disgustante. Ci saranno un milione di mosche, uccelli, vermi e le rocce resteranno macchiate di rosso fino a quando non avrà piovuto di nuovo. Non voglio che venga suonato un disco. Magari un disco con dei richiami d’uccelli per attirare gli avvoltoi.

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