Manishevitz - City Life (Jagjaguwar, 2003)

Questo disco è stato la mia sfinge per alcune settimane. Più lo ascoltavo, più speravo che dal suo ascolto la gente intorno a me cui lo sottoponevo potesse darmi la soluzione. Perchè lo amo così tanto? E' un capolavoro? Se la penso in questi termini come mai il voto non è cinque o sei stelle ma solo quattro? La mia domanda di base come sempre in questi casi fu: chi cavolo mi ricorda? Le canzoni sono belle, dalle melodie non solo curiose e semplici ma soprattutto familiari: cosa mi riportano alla mente? La voce per me è di evidente derivazione Fall. Adam Busch stavolta si muove nel territorio minato dell'inglese mancuniano sbiascicato di Mark E Smith. Ma senza strafare. D'altronde lui è di Chicago, sembrerebbe più un insulto che un tributo. Le linee vocali in realtà sono molto intelligibili, a differenza dell'incomprensibile modello inglese. Gli arrangiamenti sono spettacolari. Alla loro buona riuscita vegliano molti numi tutelari della scena folk avanguardistica della città ventosa: alla chitarra Via Nuon (Bevel); il bassista di Edith Frost, Ryan Hembrey; il prime mover della scena, Michael Krassner; Fred Lonberg-Holm al violoncello. Cultura dunque, citazione. Gioco. Il precedente folk sottomesso è messo sotto da questo pop brit che ha in seguito figliato il brit pop. Questo dunque l'elemento di disturbo che molti hanno ravvisato in questo album: suonava come il britpop di Suede o di Pulp. Mai affermazione secondo me fu più erronea. Sarebbe come dire che un gruppo di evidente filiazione Wire facesse schifo perchè rimandante a certi momenti degli Elastica. Non si possono imputare ai padri le colpe dei figli, credo. Questo è il motivo per cui trovo questo album così interessante, con i suoi rimandi e la sua perfezione tecnica, con i suoi momenti sonici così compassati e contemporanei, con le sue canzoni così perfette da poterle suonare acustiche. Un disco da ascoltare con attenzione per partire poi alla ricerca dei suoi antenati.

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