Lungfish - Necrophones (Dischord/Wide, 2000)
Da ben tredici anni sulle scene, ma sempre poco conosciuti dalle nostre parti, i Lungfish provengono da Washington D.C. e suonano in maniera assolutamente personale ed unica, già definita come "the thinking man's modern rock" (All Music Guide). Necrophones è il loro ottavo album, ed il titolo già fa presagire una caratteristica fondamentale della scrittura delle canzoni, che non sono esattamente canzoni bensì nenie, filastrocche recitate da una voce ruvida su un tappeto sonoro ciclico di accompagnamento che è quasi sempre invariato all'interno dei singoli brani e poco cambia pure da un brano all'altro. E' questo, ovviamente, il suo punto di forza ma anche la sua debolezza: la stessa ripetitività adorata dai fans respingerà facilmente i neofiti, annoiandoli a dismisura (non troverete un ritornello che sia uno, manco a pagarlo). Ma torniamo alla caratteristica cui accennavo: l'attenzione viene focalizzata non tanto sulla musica - malinconica e minimalista, tendenzialmente fredda - quanto sullo stile di scrittura, sui testi, che sono infatti non soltanto evocativi e visionari, ma originalissimi, enigmatici, pieni di rime, allitterazioni ed altri giochi di parole, e costituiscono dunque il mezzo per la ricerca estetica/poetica/filosofica dei Lungfish. Il matrimonio di forma e contenuto riesce a discapito però della passione ed in favore di uno stile decisamente criptico e severo. |